O partigiano portami via

O partigiano portami via

Mamma, che festa è oggi?

Oggi è l’anniversario della liberazione d’Italia, è una festa nazionale.

È un giorno fondamentale per la storia d’Italia in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.

Per questo noi oggi portiamo un fiore al partigiano e lo ricordiamo, perché è morto per la nostra libertà.

 

La prima cosa che ho amato profondamente di questo Paese è stata la forte coscienza politica.

 

Nella storia della monarchia dei Paesi Bassi non è mai stato occupato un liceo. Non ricordo uno sciopero durante i miei anni al liceo in Olanda. Non uno. Negli anni 90, la maggior parte degli adolescenti era occupata a guardare MTV e indossare le Nike.

Mentre io mi allenavo per entrare in accademia a botta di sessioni addominali all’alba e cene da McDonalds, i miei coetanei Italiani manifestavano, occupavano licei, partecipavano ad assemblee, scioperavano…

Ricordo ancora benissimo il mio arrivo a Milano e il fascino che avevano su di me i centri sociali così come la mia insicurezza nel prendere parola alle assemblee, dove ragazzini molto più piccoli di me erano capaci di esprimersi con incredibile consapevolezza.

(E’ anche vero che da lì a poco tutti i giovani del mondo avrebbero acquisito una nuova consapevolezza, stava per nascere una rivolta internazionale fatta da una rete di movimenti: le tute bianche, i disobbedienti, Seattle, la disobbedienza civile… Tutto questo avvenne un decennio dopo, ma quando io andavo al liceo la differenza tra Olandesi e Italiani era ancora parecchia, non esisteva internet e l’ambiente in cui crescevamo era ciò che ci formava).

Per tutti i 15 anni in cui ho vissuto a Milano ho sempre continuato a danzare e frequentare i centri sociali e a partecipare con orgoglio alle grandi manifestazioni del 25 aprile e del primo maggio.

 

Da quando vivo qui ogni volta che arriva il 25 Aprile mi ritrovo a pensare a quegli anni e a Milano con immensa nostalgia. E ogni volta mi pongo la stessa domanda: ma, il 25 Aprile è così in tutte le piccole città di provincia o solo a Lecce (città storicamente fascista)?

 

Perché il 25 Aprile a Lecce è triste. Profondamente triste.

 

Nessuna manifestazione, nessuna consapevolezza della festa che si dovrebbe celebrare, il 25 Aprile qui è come tutte le altre feste nazionali o addirittura come tutti gli scioperi nazionali: una scusa per fare una scampagnata o correre al mare.

Qui è semplicemente tutta una grande e lunghissima pasquetta.

Poco importa cosa si celebri e perché, importa solo che se il tempo è bello si va in campagna e se invece è bellissimo si va al mare.

 

Ma io non ci riesco. Non posso e non voglio che sia così, voglio crescere le mie figlie consapevoli della fortuna che hanno: la libertà. Ma anche consapevoli che la libertà va conquistata e difesa.

A tutti i costi.

E allora le porto con me all’unica manifestazione esistente nella mia città: la commemorazione ufficiale.

Si svolge tutto in Piazza Partigiani, un piccola pizzetta con un piccolo monumento ai Partigiani.

In tutto ci sono si e no 100 persone, ma togliendo tutti i militari in alta uniforme e i rappresentanti delle istituzioni, rimangono una cinquantina di civili, che si conoscono tutti.

Questo era il mio terzo anno a Lecce e già sapevo benissimo chi avrei incontrato: una trentina di vecchi compagni e amici di mio papà e una ventina di coetanei.

Nessun giovane a parte i nostri figli e la bambina chiamata a rappresentare la scuola all’evento ufficiale. Nessun giovane e pochissimi presenti.

Quest’anno poi era tutto ancora più triste e ridotto (probabilmente perché, al contrario dello scorso anno, questa volta non siamo sotto elezioni comunali).

 

La commemorazione inizia alle 10 del mattino e dura meno di un’ora: parlano i rappresentanti delle istituzioni, parla la bambina, sfilano i militari (la distanza da percorrere non supera i 200 metri) e poi la banda suona tre pezzi.

Alle 10.45 è tutto finito. Ciao ciao a tutti.

Che tristezza, l’ho già detto?

Questa volta però, per la prima volta, avevamo un sindaco di sinistra! Sindaco eletto anche grazie al mio voto, sindaco che in un anno di mandato è riuscito a conquistare il consenso e la stima di molti e a realizzare tantissimi passi verso un cambiamento solo sognato… Sindaco che però, purtroppo, non ha sentito l’esigenza di pronunciare una semplice frase nel suo discorso:

“Lecce è una città antifascista”.

Peccato.

Ma ciò che più mi ha colpito quest’anno è stato quello che è accaduto verso la fine della cerimonia: dal momento che nessuno lo faceva e che la banda non l’avrebbe suonata, qualcuno ha intonato Bella Ciao. E, con mia grande sorpresa, ho visto un forte imbarazzo negli occhi dei presenti, ebbene sì, alla cerimonia per il 25 Aprile erano riluttanti a cantare l’inno dei partigiani! E quel signore, intonandola, ci ha letteralmente invitato alla ribellione. Lo abbiamo seguito in 10, non di più. Ma cantando a squarciagola e col pungo chiuso. In segno di protesta.

 

E poi basta. Tutti al bar a prendere il cornetto e comprare le paste per la scampagnata.

 

 

 

 

 

 

 

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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