Che aria tira in ospedale? Sarà un “albero” a dirlo

Si chiama “Clean air in hospital” il progetto di monitoraggio dell’aria all’interno dell’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari. Già in fase operativa, è stato sviluppato da una joint venture (quasi) tutta pugliese: ne abbiamo parlato con il responsabile scientifico, Gianluigi De Gennaro

Di Francesca Rizzo

Un albero che, grazie ad appositi sensori, ci dice che aria respiriamo in ospedale, un ambiente in cui anche il più piccolo elemento contribuisce a determinare la salute: si chiama Clean air in hospital il nuovo progetto di monitoraggio della qualità dell’aria indoor realizzato da un’èquipe multidisciplinare composta quasi esclusivamente da enti pubblici e imprese pugliesi: I.R.C.C.S. – Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, e le start-up Energy by Oscar e Nextome, oltre a Lab Service Analytica e Clarkson University (New York).

I sensori di monitoraggio sono integrati all’interno degli alberi-totem di Energy by Oscar, il sistema  di ricarica e disinfezione dei dispositivi elettronici nato da un’idea di un gruppo di giovani baresi e diventato realtà all’interno del Balab, il laboratorio di contaminazione dell’Università di Bari.

Clean Air in hospital verrà presentato ufficialmente lunedì 26 marzo alle 11 presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Bari, in una conferenza stampa alla quale interverranno Antonio Felice Uricchio (rettore Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”), Antonio Delvino (direttore generale I.R.C.C.S. di Bari), Domenico Galetta (responsabile SSD Oncologia medica per la Patologia toracica) e Andrea Ferro (docente di Ingegneria ambientale, Clarkson University).

Il Tacco d’Italia, però, ha voluto dare un’occhiata in anteprima al progetto, intervistando il responsabile scientifico, Gianluigi De Gennaro. Che ci ha detto che la sperimentazione in ospedale è solo l’inizio: l’idea di fondo è applicare questo monitoraggio ad altri ambienti promiscui molto affollati, come le scuole.

// L’INTERVISTA

L’albero-totem già installato presso l’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari

 Professor De Gennaro, come funziona Clean air in hospital?

Clean air in hospital è lo stato dell’arte della misurazione dell’indoor air quality, la qualità dell’aria negli ambienti confinati. Abbiamo installato all’interno dell’alberello multifunzione di Energy by Oscar degli strumenti smart molto curati: misuratori di polveri e di CO2, di composti organici volatili, che agiscono in background dando informazioni sulla qualità dell’aria in tempo reale, e che si integrano più facilmente nell’ambiente, evitando una strumentazione che venga percepita dagli stessi utenti come un corpo estraneo. In questo modo l’utenza ha anche un servizio in più, di ricarica dei telefoni, che può essere utile nel contesto ospedaliero.

Perché è importante monitorare l’aria indoor, a partire dagli ospedali?

Io provengo da un’indagine sulla qualità dell’aria outdoor, l’aria che respiriamo all’aperto. Dieci anni fa, quando abbiamo cominciato, abbiamo fatto piccole osservazioni che oggi sono ormai confermate in letteratura, ma poco conosciute dalla gente comune: l’esposizione negli ambienti confinati è più importante dell’esposizione negli ambienti outdoor. Oggi facciamo molta attenzione all’aria che respiriamo fuori, e molto poca a quella che respiriamo dentro; eppure trascorriamo circa il 90% del nostro tempo proprio in ambienti chiusi, ambienti che sempre più diventano compartimenti stagni sia d’estate che d’inverno, anche per questioni di risparmio energetico: non facciamo entrare aria dall’esterno per non disperdere il calore, o il fresco, accumulato con i climatizzatori. Le nostre case, i nostri ambienti di lavoro e gli altri luoghi dove trascorriamo molto tempo, come gli ospedali, se non facciamo attenzione a come li gestiamo, ai materiali che ci mettiamo dentro, alle operazioni che facciamo, rischiano di diventare delle camere a gas.

Il fatto interessante è che il senso comune porta a pensare che in ospedale si respiri un’aria buona: garantire che ci sia una maggiore attenzione da parte di chi gestisce questi luoghi, per offrire un’aria il più salubre possibile, è importante. Quale posto deve avere maggiori attenzioni verso queste tematiche, se non un ospedale?

Che risultati vi aspettate da questo primo monitoraggio, e quali saranno i passi futuri?

Quello che ci aspettiamo è innanzitutto capire quali possano essere gli eventi, le ragioni e le sorgenti che determinano il peggioramento della qualità dell’aria. Il fatto di avere un’alta risoluzione temporale (la prima fase di sperimentazione durerà tre mesi, ndr) e di avere informazioni secondo per secondo, ci consente di capire le cause per cui l’aria peggiora. Perché c’è troppa gente? Perché sta arrivando aria più sporca da fuori? Tutto questo permetterà di regolare di conseguenza il sistema che dovrà gestire la qualità dell’aria, ad esempio in particolari situazioni si possono attivare alert, sincronizzando la climatizzazione in modo da garantire i ricambi d’aria quando davvero servono e non in qualunque momento, anche in un’ottica di risparmio energetico.

Chi finanzia Clean air in hospital?

Il progetto non è finanziato da enti esterni, lo stiamo finanziando con risorse interne: tutti i partner hanno messo una parte economica nel progetto. Ora cominciamo questa sperimentazione di tre mesi, che vedremo dove ci porterà.

Com’è nata la collaborazione con la Clarkson University, e in che cosa consiste il suo contributo al progetto?

La partecipazione della Clarkson University è “di cordialità”: la prof.ssa Andrea Ferro, che insegna presso la Clarkson e si occupa proprio di tematiche attinenti al monitoraggio, in questo periodo è in visiting all’Università di Bari. Le abbiamo offerto di collaborare, cosa che lei ha fatto contribuendo al progetto con dei sensori. Per  noi è stato un modo per condividere questo aspetto innovativo, coinvolgendo anche altre parti del mondo che iniziano a dire “Ma tu guarda un po’ che si fa lì, in Puglia” e ad avere interesse a partecipare.

A parte la partnership con la Clarkson University, questo progetto è quasi interamente made in Puglia. È la dimostrazione del fatto che anche al Sud si può fare innovazione d’eccellenza, se si uniscono le forze?

Assolutamente sì. Stiamo constatando ormai una reale inversione di tendenza: non siamo più noi del Sud che importiamo l’innovazione dal Nord, ma inizia ad avvenire l’esatto contrario.

L’Università di Bari, che Lei rappresenta in quanto Delegato del Rettore allo sviluppo della creatività, sta investendo molto in termini di risorse umane ed economiche per favorire l’imprenditoria, soprattutto giovanile. Alcuni partner di Clean air in hospital sono frutto proprio di quest’impegno (pensiamo ad Energy by Oscar e Nextome, nati all’interno del Balab). Quali sono i punti di forza di questo Sud giovane e in crescita, e cosa, invece, manca ancora?

L’investimento che stiamo facendo è importante, e i giovani rispondono. No svolgiamo un’attività di accreditamento di quello che i giovani producono, inserendolo in un circuito di ricerca e innovazione più ampio, che non è soltanto quello del Balab, e proponendolo a chi gestisce le strutture pubbliche, come è avvenuto in questo caso con l’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari: l’università diventa garante, dice alle strutture che di questi ragazzi che fanno innovazione ci si può fidare. Quello che in questo momento proviamo a fare è legittimare tutta la creatività che il Balab è in grado di esprimere, dando beneficio innanzitutto al territorio pugliese.

Al di là delle innovazioni dell’Università di Bari, è bellissimo vedere come all’interno di tutto quello che si fa all’interno dell’Università si recuperino altre competenze che servono per migliorare ancor di più quello che si sta offrendo. Clean air in hospital, ad esempio, è nato con l’intento di misurare la qualità dell’aria, e ha trovato nelle sinergie con Energy by Oscar un bel supporto anche a livello pratico.

Il Balab diventa così non solo punto di creazione delle start-up, ma nucleo di condensazione per più iniziative innovative che si mettono insieme ed offrono un servizio aggiunto. Dove tante imprese e tanti ricercatori stanno insieme, si può fornire qualcosa di ancor più forte delle singole iniziative prese una per una.

 

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Info sull'autore

Francesca Rizzo

Una laurea in Comunicazione, una specializzazione in Giornalismo e cultura editoriale. Dalla "cucina" (web) del giornale a quella di casa il passo è breve.

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