Parabita, il Tar annulla lo scioglimento del Comune per mafia

Alcuni fatti contestati da Minniti e Mattarella sono precedenti all’elezione di Alfredo Cacciapaglia, che da domani tornerà al suo posto di sindaco

Per il Tar del Lazio alcuni fatti di rilievo penale, provati dalle indagini della Procura di Lecce e già incardinati in condanne di primo grado, si sono verificati precedentemente all’elezione del sindaco Alfredo Cacciapaglia nel maggio 2015, dunque non ne hanno influenzato l’azione amministrativa.

E’ questa la principale delle motivazioni alla base dell’articolata sentenza con cui il Tar del Lazio annulla il decreto di scioglimento del Comune di Parabita, firmato dall’allora ministro del’interno Minniti e ratificato dal presidente della repubblica Sergio Mattarella.

In 32 pagine il tribunale amministrativo romano (presidente Carmine Volpe; estensore Ivo Correale; consigliera Roberta Cicchese) competente sugli atti delle autorità centrali, ricostruisce i fatti, rompendo uno ad uno quei fili di collegamento che il Prefetto Claudio Palomba e il ministro Minniti avevano visto tra l’elezione del vicesindaco Giuseppe Provenzano, alcune scelte amministrative, l’occupazione di alcune case popolari da parte di esponenti del clan Giannelli della sacra corona unita, e il lavoro prestato da questi per Igeco Spa, nel servizio di raccolta rifiuti urbani.

L’indagine amministrativa che ha portato allo scioglimento del Comune di Parabita è partita dai fatti di rilievo penale accertati nell’operazione Coltura, già arrivata alle sentenze di primo grado.

“Si partiva dalla presupposizione – spiega Pietro Quinto, avvocato che ha difeso Alfredo Cacciapaglia – che alcuni fatti penalmente rilevanti, per cui è a giudizio l’ex vicesindaco Provenzano, avessero comportato automaticamente un’infiltrazione della sacra corona unita nell’attività amministrativa. Invece il Tar del Lazio ha dato atto della buona condotta del sindaco Cacciapaglia, che ha fatto di tutto per scongiurare interferenze. E anzi, proprio sulla gestione dell’Aro9, abbiamo evidenziato come il sindaco abbia fatto il possibile, anche interessando l’ANAC, perché il bando per il servizio di raccolta rifiuti andasse a buon fine. Ma sappiamo che cosa è poi successo. Anche i commissari prefettizi hanno dovuto concedere le proroghe, ne hanno concesse ben due. Riguardo all’occupazione delle case popolari da parte di alcuni esponenti del clan Giannelli, abbiamo evidenziato come non sia di competenza del Comune ma dell’Istituto autonomo delle case popolari, che non è riuscito ad eseguire alcuno sfratto. Neanche i commissari prefettizi ci sono riusciti”.

Un altro dettaglio di non poco conto, evidenziato nella sentenza, è la scansione temporale dei fatti: il vicesindaco Provenzano, che si definiva – tanto risulta dalle intercettazioni – “un santo in paradiso” degli esponenti del clan Giannelli, si era dimesso un mese dopo la sua elezione, avvenuta nel maggio del 2015, poi reintegrato in Giunta nell’ottobre successivo e arrestato nel dicembre dello stesso anno. Per il Tar dunque ha avuto una “pressocchè nulla” capacità di inquinare l’attività della giunta e l’azione amministrativa in genere. Tanto, specificano i giudici amministrativi, è ammesso anche nei provvedimenti cautelari penali.

Dunque, il Tar del Lazio non mette in discussione il profilo penale  delle circostanze contenute all’interno della relazione del prefetto, su cui si basa il decreto di scioglimento del Comune di Parabita, e oggetto di un processo già arrivato al secondo grado di giudizio in cui il comune di Parabita s’è costituito parte civile, ma sottolinea che tali fatti non abbiano potuto influenzare l’amministrazione Cacciapaglia, che domani potrà tornare al suo posto di sindaco della città.

“E’ possibile che l’avvocatura dello Stato impugni la sentenza – spiega Pietro Quinto – ma intanto abbiamo potuto dimostrare che l’agire di Alfredo Cacciapaglia è stato corretto”.

Nell’intervista rilasciata al Tacco all’indomani dell’arrivo dei commissari prefettizi, il primo cittadino aveva fatto delle dichiarazioni molto gravi, affermando che lo scioglimento del Comune era una “ripulitura di facciata che non intacca un apparato politico-economico ben più radicato”. Ora il Tar gli rende giustizia: il tribunale amministrativo infatti non contesta “l’apparato politico-economico” ma una relazione prefettizia poco attenta e intempestiva, perché arrivata dopo che il primo cittadino aveva cercato di porre al riparo la gestione pubblica da pressioni criminali.

Il provvedimento era stato impugnato dall’intera Giunta dell’amministrazione Cacciapaglia: oltre al sindaco, Gianluigi Grasso, Pierluigi Leopizzi, Salvatore Tiziano Laterza, Biagio Coi, Sonia Cataldo, difesi dagli avvocati Pietro Quinto e Luciano Ancora. Non è stato impugnato da un’unica esponente della Giunta, l’assessora Francesca Giannelli.

1 Commento

  1. Salvatore D’Ambrosio

    Le infamie che avvelenano il contesto sociale del Paese mi hanno portato a non leggere più giornali. Ragione per cui leggo solo ora questa notizia. Chi conosce Alfredo Cacciapaglia non può che provare rabbia per uno Stato che ha scelto la strada dell’inefficienza da circa 40 anni, colpendo a strascico le persone per bene. Per fortuna che la giurisdizione Amministrativa si salva ancora. Fosse capitato nella giurisdizione penale ….. non ne sarebbe uscito vivo. Questa incapacità dello Stato è anche il motivo che fior di galantuomini vengono allontanati dalla gestione della cosa pubblica!!! Auguri Alfredo. Non sapevo niente di questa infamia. Auguri PRabira!!!

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Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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