Lecce, i bimbi colorano il carcere di “giallo rosso e blu”

La nostra Ilaria Lia è entrata a Borgo San Nicola, carcere di massima sicurezza di Lecce dove, grazie all’associazione “Fermenti lattici” i figli dei detenuti possono incontrare i genitori in spazi pensati apposta per loro. Così le sbarre spariscono e vola la fantasia tra libri e spettacoli. Ecco che cosa ha visto

Di Ilaria Lia

Colpisce subito l’austerità dell’edificio. Cancelli e inferriate, guardie che entrano ed escono. Percorsi obbligati, controlli ineludibili. Senza autorizzazione non si entra. L’avevo richiesta per partecipare, come osservatrice, al seguito di Antonietta Rosato, presidente dell’associazione Fermenti Lattici, che nel carcere di Lecce sta realizzando il progetto di accoglienza per minori “Giallo Rosso e Blu. I bambini colorano Borgo San Nicola”, vincitore del bando nazionale “Infanzia Prima” grazie al quale ha allestito una biblioteca e degli spazi in cui i bambini che si recano in carcere per trovare i genitori detenuti possano giocare. Oltre poi ad organizzare altre attività: alcune già attive, come il laboratorio di teatro del giovedì, che coinvolge tutta la famiglia sotto la guida di Factory Compagnia Transadriatica, e altre che verranno attivate presto, come il laboratorio di rigenerazione, anche questo per tutta la famiglia, per sfruttare gli spazi verdi creando un orto da curare insieme.

L’associazione Fermenti Lattici è al lavoro anche per creare spazi alternativi in cui svolgere i colloqui: all’esterno, sotto gli alberi, e all’interno, in una ludoteca che verrà allestita presto, nella sezione maschile.

Ci sono poi altre iniziative che permettono ai detenuti di rimanere con mogli e figli per un’ora e mezza circa, tutti insieme. Come per esempio la “Festa del papà” o la “Festa della Befana” (che in carcere si festeggia dopo la data della ricorrenza). Sono riuscita a partecipare alla seconda, organizzata dalla Comunità “Speranza”.

Al primo gabbiotto ho lasciato il documento d’identità, ma nell’elenco degli ammessi non c’è il mio nome. A farmi da guida tre ragazze già titolari di alcuni laboratori con i bambini dei detenuti. Nell’attesa di avere una risposta arriva un gruppo di giovani dell’oratorio Don Bosco di Campi Salentina. Colorati e sorridenti e con delle buste piene di palloncini attendono le disposizioni delle guardie. Appena arriva il permesso di muoverci, dopo aver lasciato borse e cellulari in una cassetta, scortati dalle guardie entriamo nell’anticamera del carcere. Chiusa la porta alle spalle si apre quella che porta nei plessi. Ci scortano fino a farci entrare nel teatro, una stanza enorme, fredda, silenziosa, piena di guardie. Le sedie non sono rivolte verso il palco, ma posizionate in blocchi, a staffa di cavallo, girate verso il centro della sala. Tutti i volontari iniziano a preparare: le ragazze dei laboratori dispongono i fogli per le attività: tutto viene tenuto sottocontrollo, le guardie invitano addirittura a contare le colle a stick, per evitare che finiscano in mano ai detenuti che potrebbero utilizzarle come mezzo per scambi con l’esterno.

I giovani, intanto, si occupano della musica e accennano i balli. Divisi per sezioni entrano alla spicciolata i primi detenuti. Nessuno ha il permesso di avvicinarsi a loro, nessuno può rivolgere la parola o sedersi accanto: sono schedati come C1, ovvero di massima sicurezza, accusati di reati come associazione mafiosa, rapine, o addirittura omicidio. Gli anni da scontare vanno dai 15 in su, non mancano gli ergastolani. “Fuori hanno avuto ruoli di responsabilità nella malavita – mi confessa una guardia – e la differenza con i detenuti comuni (chi è recluso per reati minori) la si nota subito. Questi hanno una forte personalità, nessuno o pochissimi di loro ha fatto uso di sostanze e poi non hanno problemi di denaro, mentre per la maggior parte degli altri è difficile recuperare anche un sapone”.

Noto che ognuno di loro ha una busta con dentro del cibo, cioccolata e altro. Le ragazze mi dicono che è una delle loro priorità quando incontrano i familiari: offrire da mangiare, consumare insieme qualcosa è un momento fondamentale per ricreare quel senso di famiglia, ormai compromesso.  Nei loro occhi l’attesa, guardano incessantemente la porta, dalla quale entreranno mogli e figli, incuranti di ciò che i volontari stanno preparando. Poi si alzano in piedi, allungano il collo, accennano un sorriso e agitano la mano. I bimbi corrono incontro e si perdono nell’abbraccio forte dei padri. Baci e lacrime di gioia, e ancora abbracci e voglia di tenerezza. Da quel momento scatta il conto alla rovescia. Hanno tempo fino alle 17 (a partire dalle 15,30) per stare insieme.

La musica va e le ragazze iniziano a reclutare i bambini per i disegni e i giochi. Non tutti partecipano, alcuni preferiscono stare con i papà. Davanti a me c’è un ragazzo adolescente, che guarda distratto le attività. Siede accanto al padre, che ha riservato le attenzioni maggiori al piccolo della famiglia. Ha un volto inespressivo, quando il fratello più piccolo si sposta nel centro della sala, non lo abbandona mai con lo sguardo. E ci si rende conto che in casa, con la mancanza del padre, è cresciuto in fretta addossandosi responsabilità più grandi di lui. “A soffrire di più sono proprio gli adolescenti – afferma una volontaria – che sono coscienti della situazione”.

Nel carcere i giorni scorrono tutti uguali, scanditi dalle occupazioni che diventano maniacali: le pulizie, l’attività fisica, il momento di scrivere una lettera. “Cadenzano il tempo con le attività e non c’è verso che possano cambiare programma – afferma don Sandro D’Elia, parroco che presta servizio lì dentro – se hanno deciso che in quel momento devono scrivere, e per loro la scrittura di una lettera è un momento sacro, non ce n’è per nessuno”. Nei giorni di festa nulla cambia, non hanno più permessi, in alcuni giorni possono però mangiare insieme e assaggiare i piatti e dolci tipici del periodo natalizio. E poi, almeno, hanno la possibilità di incontrare i figli, in vacanza dalla scuola.

“Oggi è una delle poche occasioni in cui possono stare tutti insieme, con le famiglie – afferma un ispettore – di solito ci sono i colloqui settimanali, dove non partecipano i figli, perché a scuola. Anche per noi i giorni di festa sono particolari, li viviamo con uno spirito diverso e pensiamo ai loro figli, vittime innocenti”. Don Sandro passa tra di loro per i saluti. “Li ascolto, si pentono per quello che hanno fatto, ma pochissimi riescono a cambiare davvero – dice – per me vale sempre la pena impegnarsi, anche se sarà solo uno a capire”. Il tempo scorre veloce, nella sala irrompe una ragazza sui trampoli che viene presa quasi d’assalto dai bambini curiosi. Il pomeriggio volge al termine. Le guardie scrutano l’orologio, le ragazze iniziano a raccogliere i materiali per poi consegnare i doni. Appena ricevuti i bambini corrono verso papà e mamma per curiosare sul contenuto. La gioia dei bambini per aver vissuto un pomeriggio diverso, con il papà si spegne lentamente quando le guardie si avvicinano per chiedere di uscire. l’impatto emotivo al momento della separazione è forte. Gli abbracci sembrano non finire mai, carezze e raccomandazioni peri più piccoli, sguardi intensi con le mogli e compagne. La stanza che aveva preso vita all’improvviso si svuota e ritorna fredda. Rimesso tutto in ordine, le guardie ci scortano verso l’uscita, ritorniamo a prendere i documenti. I cancelli si chiudono alle nostre spalle, lasciandoci un groppo in gola al pensiero dei bambini che crescono, magari pensando sia normale la situazione che stanno vivendo.

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Info sull'autore

Ilaria Lia

Laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università del Salento, dove ha anche ha conseguito un master in Mediazione linguistica. Freelance, è iscritta all’albo dei giornalisti professionisti della Puglia dal 2011, collabora con diverse testate e si occupa anche di uffici stampa. Oltre al giornalismo si interessa di mediazione culturale ed è anche insegnante di italiano L2.

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