L’ultima vittima di Burgesi

C’è quel file nell’Iphone.

Ogni volta è così: non vorrei guardarlo, ma la tentazione è forte, impossibile resistere.

Imposto la funzione “schermo intero” e clicco “play”.

Ecco. Ecco la campagna. Calda, forte, tempestata di ulivi, colma di terra rossa, nel labirinto dei muretti di pietra.

Poi il mare. Indomabile, eterno, in perenne movimento, preso per mano dal vento.

E il sole, paziente e mai stanco, in picchiata sulle forme dei bagnanti e sulla sabbia calpestata senza tregua.

Questa era l’estate, qui, in questa striscia di terra ancora in fuga verso il blu.

Stop. Il filmato è finito.

Vuoi riprodurlo ancora? Chiede l’Iphone.

Sì. Riproduci. Riproducilo in loop, gli rispondo. Non fermarti mai, non fermarti più, finché sarò qui, finché sarò in vita, finché avrai energia.

Fin quando non ti spegnerai.

Il primo ad andarsene fu mio padre. Un uomo sano, ancora giovane, mai un problema di salute. La malattia lo colse improvvisamente. Alcune gocce di sangue mentre urinava, le analisi, il ricovero. Uno stillicidio verso la fine che se lo portò via in pochi mesi, tra sofferenze atroci.

Con gli occhi acquosi della morte salutò questa terra da cui tanto aveva preso e a cui tanto aveva dato.

Poi, impercettibilmente, anno per anno, sempre più frequentemente, toccò agli altri. In un crescendo centrifugo si ammalarono a centinaia.

E arrivò la prima denuncia.

Un atto criminale e la negligenza dei giudici la spensero in fretta. Ma le morti continuavano. E oggi, oggi sono rimasto l’ultimo.

Il male ha colpito anche me. Mi ha divorato, come ha fatto con gli altri. Da dentro, mi ha divorato. Oggi so perché, so da dove arriva, ma ormai è troppo tardi.

Quando si decisero a intervenire, era già il 2017.

“La falda acquifera è avvelenata dai rifiuti industriali nascosti nel sottosuolo”. Lo urlarono ai quattro venti. Tronfi, lo scrissero sui giornali, sembrava avessero scoperto l’America.

Eravamo in pochi, ma noi lo sapevamo già da molto tempo. Noi più accorti, oppure più testardi a rassegnarci. Io, ad esempio, cercavo di dare un senso alla morte di mio padre. Sentivo che c’era qualcosa di poco chiaro, volevo capire. Qualcuno avrebbe detto poi che il mio era solo il delirio di un traumatizzato… ma c’era un oncologo, qui vicino, che aveva dato l’allarme. E c’era qualche giornalista davvero indipendente, che aveva indagato. Chi avrebbe dovuto agire, chissà perché, aspettò invece molti anni.

In tanti avevano notato l’andirivieni notturno di camion in quella contrada, ma tutti avevano taciuto.

Una sola parola: mafia. Qualcuno che non poteva essere toccato, neanche dai giudici.

Chissà… Forse nel 2017 era morto l’intoccabile, forse l’ostacolo che impediva alla legge di muoversi era saltato via.

Ma, come ho detto, era ormai troppo tardi.

La malattia provocata dall’acqua divenne morbo, una cosa invisibile e viva, una creatura vorace fatta della nostra stessa carne, dentro di noi divorava se stessa.

Cominciammo a morire più in fretta, come mosche. Morivamo tutti, anche i giudici che non avevano agito quando dovevano, anche i mafiosi, idioti, che avevano sepolto i fusti tossici per guadagnarci milioni di euro, anche gli affaristi in doppio petto, perché questa peste è così, non guarda in faccia a nessuno.

La gente diede a questa bestia un nome. La chiamò Burgesi, come il luogo in cui gli idioti l’avevano fatta nascere.

Burgesi ha divorato il Salento, poi è andata oltre. Non so in quale luogo d’Italia, o del mondo, è arrivata… Da tempo, qui, non ricevo più notizie. Le tv, le radio, i computer, i giornali, non funzionano più.

L’altro giorno, dalla scogliera, ho visto una nave all’orizzonte. E’ rimasta lì per un po’, poi è scomparsa. Forse è ancora alla deriva, forse se l’è ingoiata il mare.

Burgesi, questa belva assetata di vita, è stronza come i mafiosi che l’hanno creata. Divora tutto, senza tregua, spinta da un’ingordigia perenne. Proprio come i mafiosi agisce senza pensare che le vittime prima o poi finiranno. E dopo? Che farà? Divorerà se stessa?

Io sono l’ultimo salentino in vita e agonizzo su questa enorme striscia di fango che è adesso la mia terra, con in sottofondo la colonna sonora di quel filmato che prima stavo guardando e che all’improvviso… Non si sente più. L’Iphone si è spento.

Quanto silenzio…

Ecco, Burgesi, bestia figlia della stupidità umana, la tua ultima vittima ti sta lasciando in questo momento.

Ora siete soli, tu e il mare. E morirai d’inedia, non potrai più saziare la tua fame.

Perché il mare è troppo grande anche per te.

Il mare è invincibile.

Lui, non lo potrai divorare.

3 Commenti

  1. Alberto

    Si aspetta la PRESCRIZIONE DEI REATI prima perl’ Inquinamento poi per l’ Omicidio di Peppino Basilea.

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  2. Ermanno Peciarolo

    Ma la magistratura che deve applicare l’obbligatorietà dell’azione penale , la regione, il sindaco, il prefetto, i NAS, la Forestale, la ASL,  l’ufficiale sanitario, in presenza di denunce che immagino ci siano state, hanno l’obbligo di intevenire al fine garantire la tutela della salute pubblica e dell’ambiente cosa hanno fatto e stanno ora facendo?

    Reply
  3. Stefania Sinigaglia

    Storia drammatica e toccante ma sarebbe stato opportuno forse allargare il discorso è citare dati. In Italia ci sono decine di luoghi inquinati NON BONIFICATI o addirittura si legge che per il sito di PITELLI vicino La Spezia che dopo anni di denunce e un processo con assoluzioni in primo grado chi li dovrebbe bonificare è anche chi ha contribuito al disastro.
    L’Italia sta diventando una immensa discarica a cielo aperto.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor

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