Petruzzelli: L’Olandese Volante, aurora dell’amore supremo

di Fernando Greco

Pubblico in delirio al termine de “L’Olandese Volante” (Der Fliegende Hollander) che ha inaugurato a gennaio la Stagione Lirica 2018 del Teatro Petruzzelli di Bari. L’indubbio pregio dell’allestimento barese non ha mancato di far risaltare appieno la bellezza di quest’opera così poco presente sui palcoscenici italiani come del resto tutto il repertorio wagneriano nel suo complesso.

GIOVENTU’ SPERICOLATA

Tra gli eventi che caratterizzano la spericolata gioventù di Richard Wagner (1813 – 1883), il naufragio presso la baia di Sandwiken in Norvegia durante la fuga da Riga a Londra messa in atto nel 1839 per sfuggire ai creditori, fu la fonte d’ispirazione per la stesura del libretto dell’Olandese. Si tratta di un mito molto popolare nel nord Europa: dalle coste della Norvegia spesso si avvisterebbe una nave fantasma condannata a viaggiare in eterno senza mai giungere a destinazione, che porta con sé uno spettrale equipaggio comandato da un altrettanto spettrale comandante. Costui, secondo la versione più nota del mito, sarebbe stato condannato a tale pena direttamente da Dio, per averlo bestemmiato in una notte di tempesta. L’Olandese wagneriano debuttò con successo a Dresda il 2 gennaio 1843 e valse al suo autore, nonché direttore musicale dell’allestimento, la nomina a Hofkapellmeister.

UN’OPERA “SENZA PRETESE”

Nel 1864, alle soglie del Tristano, Wagner presentò “Der Fliegende Hollander” al suo mecenate Ludwig di Baviera definendola un’opera “senza pretese”, ma già appartenente al suo “vero stile”. Di fatto “L’Olandese Volante” è il primo vero capolavoro di Wagner, titolo che inaugura la seconda fase creativa del suo autore al fianco di “Tannhauser” e “Lohengrin”, segnando la transizione dalle opere giovanili ancora legate alla tradizione europea, verso quella fase più autenticamente wagneriana comprendente il “Ring”, il “Tristano”, i “Meistersinger” e “Parsifal”. Da una parte alcuni aspetti formali denunciano il legame con il passato: sussiste la divisione in arie, duetti, cori, ballate, denominazioni obsolete che dal “Tannhauser” in poi avrebbero lasciato posto soltanto alla suddivisione in atti e scene. Dall’altra, l’Olandese esprime già in maniera esplicita la poetica del wagnerismo nei suoi aspetti sia formali sia ideologici. Tipicamente i temi conduttori dell’opera sono già tutti presenti nell’ouverture: si tratta dei cosiddetti leitmotiv ovvero frasi musicali ben definite che caratterizzano singoli personaggi e singole situazioni, il cui frequente riaffacciarsi nella partitura sottolinea tanto la vicenda quanto i diversi stati d’animo. Una partitura in cui già iniziano a sparire le forme chiuse e il tessuto sinfonico procede spesso senza interruzioni. Squisitamente wagneriano è il tema della redenzione individuale ottenuta tramite un amore spinto fino all’estremo sacrificio, concetto che attinge alla mitologia nordica e che avrebbe trovato pieno compimento nelle opere successive. Citando lo stesso Wagner, “… Il cuore di una donna ha dischiuso i suoi abissi insondabili al dolore mostruoso del dannato, deve sacrificarsi per lui per distruggersi insieme col dolore dell’uomo. A questa apparizione divina l’infelice crolla, i gorghi del mare la inghiottono. Ma dai flutti sorge lui, santo e sublime, guidato con mano salvifica dalla sua redentrice verso l’aurora dell’amore supremo”.

UN CATARTICO ABBRACCIO

Coro e Orchestra in stato di grazia hanno costituito le componenti più importanti di questa produzione barese. La bacchetta di Giampaolo Bisanti ha ottenuto dall’Orchestra del Petruzzelli sonorità ricche di dinamiche, da strepitosi fortissimi a sfumature più delicate e intimistiche, ma altrettanto incisive, sottolineando quell’inconfondibile fluire della partitura che a partire dall’Olandese diventerà la cifra sempre più caratteristica della scrittura wagneriana. L’autorevole performance del Coro del Petruzzelli istruito da Fabrizio Cassi ha impressionato per volume, precisione e motivazione scenica: molto suggestivo il contrasto fra le voci in scena e quelle fuori scena. Grandiosa la scena finale, in cui orchestra, coro e solisti hanno coinvolto il pubblico nel vortice di un catartico abbraccio.

Secondo Charles Baudelaire il personaggio di Senta “racchiude una sovrannaturale e romantica grandezza che incanta e incute timore”. Ebbene la complessità psicologica e vocale di Senta è stata efficacemente messa in luce dal soprano Maida Hundeling, autentica voce di soprano lirico spinto, svettante in acuti formidabili, ma anche capace di prodigiose mezze voci e pianissimi emessi saldamente nonostante la posizione distesa, credibile nel delineare il ruolo di colei che si sente predestinata al sacrificio d’amore fin dall’inizio dell’opera, secondo un topos molto caro alla poetica romantica. D’altro canto, l’Olandese interpretato dal bassbariton Tomas Tomasson non ha mancato di sedurre Senta e gli ascoltatori grazie a un timbro vocale affascinante soprattutto nella zona centrale del pentagramma, associato a un phisique du role tipico di colui che è “bello e dannato”, altro topos romantico per eccellenza. Il basso Yorck Felix Speer ha indossato i panni di Daland con perfetto stile di canto e vis comica adeguata al personaggio dell’ignaro padre. Erik, sfortunato fidanzato di Senta, ha avuto gli accorati accenti del tenore Brenden Gunnell. Esilarante la Mary di Kismara Pessatti. Molto bella la serenata interpretata dal tenore Cameron Becker, perfetto nei panni del Timoniere.

Al Petruzzelli si è potuto apprezzare l’allestimento scenico creato nel 2000 per il teatro Comunale di Bologna da Yannis Kokkos, responsabile di regia, scene e costumi. La presenza di uno specchio inclinato sul fondale, seppur non nuova per il pubblico del 2018, si è rivelata efficace non tanto per rimandare in platea tout court le immagini del palcoscenico, ma soprattutto per creare un nuovo piano d’azione risultante dall’integrazione con le proiezioni video di Eric Duranteau, particolarmente utili nell’evocazione dello spettrale equipaggio del vascello fantasma. Nella scena finale, sarà proprio lo specchio a farci scoprire la sagoma della protagonista, ormai senza vita all’interno della fatidica imbarcazione, grazie anche al fondamentale disegno luci di Guido Levi ripreso per l’occasione da Daniele Naldi.

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Info sull'autore

Fernando Greco

Pediatra di professione, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia e si è specializzato con lode in Pediatria e Neonatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. Dal 2000 lavora in qualità di Dirigente Medico nell’Unità Materno-Infantile dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase. Fin dalla più tenera età si diletta nel coltivare un’innata passione musicale. Negli anni Novanta ha fatto parte del coro “Nostra Signora di Guadalupe” di Roma diretto dal contralto Stella Salvati, sia in veste di corista sia di solista. Dal 2001 studia pianoforte con la prof.ssa Irene Scardia. In qualità di basso-baritono, cura il repertorio vocale con il maestro Michele D’Elia. Collabora con il magazine online “Il Tacco d’Italia” ed è accreditato come critico musicale per la Stagione Sinfonica della OLES, la compagnia “Balletto del Sud”, la Fondazione Petruzzelli di Bari, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Viene spesso invitato a far parte di giurie e commissioni di concorsi e manifestazioni musicali.

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