Da Dante a Napoleone: fenomenologia della repressione

Abbiamo incontrato Sabino Di Chio, ricercatore dell’Università di Bari, per riflettere su antiche e nuove forme di repressione del dissenso politico

Di Luca Losito e Vincenzo Murgolo
Master in Giornalismo Università di Bari

 

GLI INDESIDERATI DI CASA NOSTRA. PUNTATA 5.

L’esilio, il confino, l’espulsione. L’istituto dell’ostracismo ha radici profonde, che affondano nel nostro passato. Uno degli episodi più noti della storia europea, l’esilio di Napoleone dalla Francia, è un pezzo di storia che ha reso famosa anche la splendida Isola d’Elba (località in cui l’imperatore fu “spedito”, ndr). Andando ancora più indietro nel tempo, incontriamo il doloroso esilio del sommo Poeta, Dante Aligheri. Oggi, l’attualità, col caso del foglio di via recapitato ad alcuni attivisti pugliesi prima del G7 che si terrà nel capoluogo regionale, ci riallaccia col passato. E intervistando Sabino Di Chio, ricercatore di Sociologia di Cultura Digitale dell’Università di Bari, nascono spunti di riflessione interessanti sulle criticità della società moderna.

Lo abbiamo incontrato a margine del convegno “Le misure di prevenzione amministrative e il DDL Minniti” organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari, per stimolare una riflessione pubblica sui fogli di via e presentare la campagna di sensibilizzazione #SeMiCacciNonVale.

Cosa ne pensa dell’ostracismo?
“Le forze dell’ordine dovrebbero evitare azioni repressive violente. Negli ultimi tempi le mobilitazioni sociali sono inibite dai rischi che si possono incontrare. Credo ci sia il dovere di tutelare il diritto a manifestare senza reprimerlo. In questo caso, ad esempio, il foglio di via non è una misura sbagliata in sé, ma piuttosto utilizzata in maniera eccessiva. L’obiettivo di garantire l’ordine pubblico durante il G7 che ci sarà a Bari, non è errato. Certo, da qualche anno eventi del genere non prevedono più contestazione. È ormai passato il messaggio secondo cui non si può coagulare del dissenso intorno a questi eventi. Credo che siano legittimi tanto il diritto dei grandi del Pianeta di potersi riunire, quanto quello della gente comune di aggregarsi per esprimere una disapprovazione. La legge dovrebbe tutelarli entrambi”.

Com’è la situazione negli ultimi anni?
“Io credo che nei movimenti sociali degli ultimi anni esista un’avversione per le forze dell’ordine che invece sono lì per garantire anche i loro diritti. Quello che è successo a Genova nel 2001 è stato una specie di peccato originale da questo punto di vista. Ha segnato un’intera generazione e l’ha portata a scegliere la strada “privata” per l’espressione delle sue istanze. Trovo che questo sia un impoverimento generale, perché solo una riflessione collettiva può portare alla soluzione dei grandi problemi. Bauman diceva che a problemi sistemici bisogna dare risposte sistemiche. Non è possibile dare risposte individuali”.

Guardando alla storia, che significato si può dare a questo tipo di misure?
“Il ‘dividi et impera’ è sempre stata un’arma usata per dividere i coaguli di dissenso rispetto ad un potere costituito. L’esilio e il confino, di conseguenza, sono stati usati spesso per reprimere l’opposizione ad un sistema. Tra gli esempi storici, non c’è dubbio che siano stati strumenti utilizzati più dai regimi totalitari. I regimi democratici, viceversa, hanno quasi sempre cercato metodi più inclusivi per risolvere le questioni”.

In un mondo ideale, cosa si farebbe oggi?
“Bisogna convivere con il dissenso e bisogna garantirlo, ovviamente nelle forme previste dalla Costituzione. L’opinione pubblica deve poter ascoltare più voci. È da lì che nasce una ricchezza che è di tutti. L’ordine pubblico deve garantire una corretta contesa tra punti di vista differenti, e non blindare la visione politica del momento. Sbagliato è utilizzare l’ordine pubblico come scusa per far sì che un’idea sopravanzi l’altra”.

Insomma, la riflessione col sociologo barese Sabino Di Chio ha evidenziato quanto le criticità siano il frutto di un concorso di colpe. Da una parte lo Stato deve imparare a commisurare in maniera più equilibrata le misure di ostracismo volte a garantire l’ordine pubblico. Dall’altra chi protesta deve cercare di eliminare il senso di avversione nei confronti delle forze dell’ordine ed esprimere in maniera meno individualista e privata le sue ragioni. Perché solo venendosi incontro si possono risolvere le divergenze. Facendo passi in avanti, e non restando fermi. O addirittura andando indietro, nel passato. Per ritrovare Napoleone.

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