Il popolo malato di mafia che ha bisogno di una legge per ricordare

Il Parlamento ha istituito per legge la “giornata della memoria e dell’impegno”. Il 21 marzo.

Di Marilù Mastrogiovanni

 

Il Parlamento ha approvato la legge che istituisce il 21 marzo come giornata nazionale della memoria e dell’impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie.

Certo è importante, che in una legge si cristallizzi l’obbligo, per tutte le tutte le cittadine e i cittadini, di “ricordare” e dunque di “impegnarsi” contro le mafie, anche in “nome” delle vittime che le mafie hanno mietuto.

Serve sempre, la legge.

Ma serviva, una legge?

Se non altro, serviva, per togliere da ogni imbarazzo chi accetta di aderire alla giornata contro le mafie, ma con dei distinguo.

Distinguo sui nomi, da ricordare, distinguo sui fatti, da denunciare, distinguo sui modi, con cui aderire, se e in che modo e a patto che.

La mia è una terra che vive di distinguo.

Per esempio, c’è il distinguo di chi è contro la mafia, purché i discorsi rimangano sulle linee generali. Chi è contro la mafia, purché i nomi non si facciano e i fatti non si spieghino poi bene bene bene.

Nella mia terra, il Salento, persone così, hanno provato imbarazzo per almeno 30 anni a fare il nome di Renata Fonte, la consigliera comunale di Nardò uccisa perché si opponeva ad una grossa speculazione edilizia sulla costa ionica, a due passi da Gallipoli, a porto Selvaggio, oggi parco regionale che NON porta il suo nome.

Dove il suo nome è ricordato da una targa, che viene periodicamente buttata giù.

Renata era una giovane maestra, mamma di due bambine ed era spinta da passione civile e per questo impegnata in politica. Era una cittadina che voleva fare fino in fondo il suo dovere.

Come Antonio Montinaro, capo della scorta di Falcone.

Come Peppino Basile, consigliere comunale di Ugento (Lecce) e provinciale: lui era un rompiscatole e fu ucciso con 24 coltellate davanti alla porta di casa sua (clicca per una ricostruzione della dinamica dell’omicidio), come Renata Fonte, che fu sparata mentre rientrava dall’assise comunale.

Due rompiscatole che dicevano “no”: di entrambi sono sconosciuti e impuniti i mandanti dell’omicidio. Di Peppino, sono sconosciuti anche gli esecutori materiali: quelli che la Procura ha tenuto in prigione per oltre un anno, erano due innocenti.

Peppino Basile è una vittima innocente di mafia, non riconosciuta ancora come tale.

Perché in una terra dove viene assolto dall’imputazione per mafia chi minaccia, picchia, utilizza la sua parentela con i boss ergastolani della sacra corona unita per infettare l’economia e il mercato, come si fa poi, a riconoscere lo status di vittima di mafia a chi, sull’altare della legalità, ha sacrificato la sua vita?

Bene ha fatto Salvatore Capone, deputato salentino (Pd) ad inserire nel suo comunicato di plauso per l’approvazione della legge sulla giornata della memoria e dell’impegno, un passaggio sulla mia povera città, Casarano, ricordando anche chi, “ogni giorno, e non mancano episodi recentissimi, è impegnato sul fronte del contrasto al crimine organizzato e alle infiltrazione mafiose nei terreni sani dell’economia e della società civile”. Per una frase così, pronunciata in un dibattito pubblico alla presenza dell’attuale viceministra Teresa Bellanova, l’ex sindaco Remigio Venuti s’è visto distruggere il piano terra della propria casa con una bomba. Perché aveva detto che a Casarano l’infiltrazione della criminalità organizzata era andata nel profondo del tessuto sociale.

Come giornaliste e giornalisti, abbiamo il dovere della memoria e abbiamo l’obbligo di mettere in fila i fatti, perché qui la mafia è impercettibile anche leggendo i giornali. Si riduce ogni fenomeno allo stesso titolo: “Ennesimo episodio incendiario”. E giorno dopo giorno, nella cronaca che parcellizza, nel quotidiano, i grandi fenomeni, facendo perdere lo sguardo d’insieme, nel dovere della cronaca senza mai esercitare quello di critica, troppo “giornalismo” alimenta l’oblìo.

La mia è una terra dove non si riesce a condannare i mafiosi – a meno che non abbiano la lupara e lo stigma di mafioso – e dunque non si riconoscono le vittime della mafia. Né quelle vive, né quelle morte. Qui non si riconosce la mafia della porta accanto.

La mia, è una terra dove ancora si aspetta che la mafia uccida con 18 colpi di kalashnikov per capire che quella “è gente cattiva”. Qui, si risolve tutto con una confessione: ci si cosparge il capo di cenere e la finiamo lì.

Qui, dove si muore di fame e di caporalato, la mafia dà lavoro, dà concessioni edilizie, dà le case popolari, ti toglie i rifiuti davanti alla porta di casa e te li nasconde sotto il tappeto, perché tu non li veda.

Qui, dove si muove di tumore, di fame e di fatica, si va avanti a tirare la carretta, fino a tirare le cuoia.

Qui, si, che serve una legge per ricordarci che le vittime innocenti di mafia sono morte anche per noi. Ma tanto, la legge, qui, ce la facciamo da soli. E dunque, a che serve ricordare?

 

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Info sull'autore

Marilù Mastrogiovanni

Faccio la giornalista d'inchiesta investigativa e spero di non smettere mai. O di smettere in tempo http://www.marilumastrogiovanni.it/chi-sono-2/

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