Tarantolate: un pezzo di storia delle donne

//SPECIALE SANTU PAULU// Alle scoperta della storia delle 'tarantate' e della loro danza sfrenata alla ricerca di riscatto sociale

di Valentina Isernia Racconti, leggende, verità storiche. Qualsiasi sia il racconto la protagonista è lei, la donna. Si parte da lontano, dall'antica Grecia. Da qui alcuni studiosi fanno risalire le origini della taranta come fenomeno sociale. Il mito è quello di Arakne, bellissima ragazza esperta nell'arte della tessitura che sfidò la dea Atena in una gara di bravura. Quando la Dea vide il bellissimo drappo ricamato da Arakne, livida di gelosia, strappò il telo e trasformò la fanciulla in un ragno, relegandola a tessere per sempre solo ragnatele. La donna trasformata in ragno, la sfida al divino, elementi magici e soprannaturali sono i fili conduttori che legano il mito di Arakne alla realtà delle tarantolate salentine. Per molti anni, la situazione di oppressione e violenza psicologica vissuta dalle donne a causa di società dalle forti regole patriarcali si è tradotta in gravi stati di isteria, depressione e psiconevrosi che venivano giustificati dalla popolazione maschile come conseguenza di un malfunzionamento dell'utero (isteria deriva, infatti, proprio dal greco Hysteron, utero); in epoca vittoriana le donne che si ribellavano venivano spesso relegate in manicomi e costrette all'asportazione dell'utero, con grave danno fisico e morale. La saggezza popolare salentina seppe trovare una via d’uscita a queste barbare pratiche dando vita, già dal premedioevo, al mito delle “tarantolate”; era il morso di un ragno a causare il malessere delle donne e la cura possibile era solo una: una danza sfrenata, ribelle, catartica, che imitasse il fantomatico suono – frutto dell'immaginazione – che la tarantola emette quando morde le sue vittime. La donna, in questo modo, diveniva innanzitutto protagonista, condizione che, nel modo più assoluto, non poteva vivere altrimenti. Oltre alla musica e la danza, un altro elemento magico era rappresentato dai colori che, sembra, potessero scatenare forti reazioni nella tarantata. Un retaggio di questo elemento sono le “zagareddhre”, oggi in vendita durante la festa patronale come souvenir. Un tempo questi nastri colorati venivano agitati intorno alla tarantata, per identificare il colore odiato, e quindi strapparlo e gettarlo via per farla guarire. La pratica prevedeva il riconoscimento sociale di una simbologia magica legata alla danza e alla musica che, naturalmente, la chiesa non poteva permettere. La religione tentò per cui di arginare il fenomeno ponendolo sotto l’egida di San Paolo, patrono di Galatina. Una manovra che, almeno inizialmente, rese la danza delle tarantolate ancora più spinta, con elementi spesso eccessivi come gli strappi agli indumenti e la profanazione degli altari. Il miglioramento della condizione della donna ha visto il tramonto della pratica originaria; la forte valenza simbolica, che ormai aveva intriso il tessuto sociale salentino, rivive oggi nelle feste popolari e il profano ha ceduto lentamente il passo al sacro, con cui oggi condivide tradizioni e simbologia. Oggi, infatti, delle tarantate si tende a ricordare maggiormente la leggenda che le lega ai santi Pietro e Paolo – che regalarono la fonte guaritrice alla città di Galatina durante una visita alla città – piuttosto che il valore simbolico di una danza che aveva il ritmo della voglia di libertà.

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