Il cimitero degli embrioni. Seconda puntata

Siamo al paradosso: per difendere i feti morti si augura la morte ai vivi. Così difendono la vita gli antiabortisti. Le precisazioni di Alfredo Pagliaro

Abbiamo toccato un tabù, e lo sapevamo. Lo abbiamo fatto con sarcasmo e questo non si perdona. Abbiamo anche toccato i nervi scoperti del Movimento Regione Salento, che cerca spazio e alleanze tra i mille rivoli degli integralismi nostrani, inclusi quelli religiosi. Prima di scrivere il corsivo sul cimitero degli embrioni ho pensato molto se partire dalle mie esperienze personali per commentare la proposta di Alfredo Pagliaro, presidente del consiglio comunale di Lecce. E ho deciso che no, avere un utero e una vagina ed averli usati per riprodurmi o rendere pubbliche esperienze drammatiche personali non avrebbe dato forza alle mie idee. Che sono espresse in quanto idee e non in quanto prodotte da un cervello femminile collegato ad un utero: si basano sul diritto di autodeterminazione degli esseri umani, che siano donne o uomini. Eppure gli attacchi sono stati verso me come donna, come persona, e addirittura verso chi mi ha generato, scegliendo di non abortire (lasciando intendere che sarebbe stato meglio, sic!). Pazienza: posso solo dire che questo mi convince che l’impegno di noi donne e di noi giornaliste, dovrà essere, su tutti i livelli del vivere sociale, ancor più incisivo. Mi trovo dunque costretta a dover spiegare il senso di alcune frasi sarcastiche o di alcune iperboli, senso che mi sembrava evidente ma che, evidentemente, è stato mal interpretato: mi accorgo con sgomento che la rete e Facebook scioglie i freni inibitori e si lascia libero sfogo alla violenza, fino ad arrivare con naturalezza ad augurare la morte alla giornalista ma non prima di essere seviziata (proprio così). Ecco le spiegazioni: 1.“Ecco fatto il recinto dei figli di puttana. Il ghetto dei figli di stronze. Oppure dei mostri, dei diversi, di quelli che erano troppo deformi per condurre una vita normale”: la frase fa riferimento allo stereotipo di cui sono vittime ancor oggi le donne che abortiscono. Socialmente l’aborto continua a non essere accettato, le donne che scelgono di abortire sono considerate “leggere”, incapaci di sentimenti materni, capaci invece di azioni contro natura, come l’omicidio di un essere umano (tale è considerata anche la morula, dagli antiabortisti). L’aborto è diventato impossibile: i medici obiettori rendono impraticabile l’accesso ad un servizio pubblico, anche se si tratta di aborto terapeutico (è il riferimento, sotto forma di iperbole, ai ‘mostri’, nel senso latino di monstrum: prodigio, un evento insolito): le esperienze drammatiche delle donne che hanno praticato l’aborto terapeutico partorendo il feto nel bagno dell’ospedale, senza assistenza, sono un’onta al diritto alla salute garantito dalla Costituzione. Un registro degli embrioni e dei feti, un cimitero delle morule, degli embrioni o degli aborti terapeutici altro non sarebbe se non un’eterna e costante condanna sociale delle donne che hanno dovuto o voluto abortire, resa plasticamente evidente in un cimitero. Rafforzerebbe l’intolleranza, che le reazioni al mio articolo dimostrano essere ormai molto alta, non solo verso la pratica dell’aborto ma soprattutto verso le donne in quanto soggetti attivi di quella scelta. Dovremmo dire intolleranza verso le donne in quanto soggetti attivi e basta? Forse si, siamo ancora al clima pre-legge 194. 2. Il senso della proposta, per quanto assurda, non è stato degenerato. Ho riportato gli stralci significativi del comunicato stampa, che qui sotto riportiamo nella sua versione integrale per dare a tutti l'opportunità di leggerne il testo. Nel comunicato Alfredo Pagliaro dichiara testualmente: “Per questo chiediamo che venga istituita un’anagrafe comunale dei bambini mai nati. Contemporaneamente reclamiamo l’obbligatorietà al trasporto dei feti morti da parte della Asl e ad esumare i corpi nelle strutture cimiteriali, peraltro già pronte per questo tipo di soluzione”. Tuttavia Alfredo Pagliaro scrive alla redazione in un messaggio su Fb che non c’è alcuna “obbligatorietà”: “Ritengo che tu non abbia compreso bene il pensiero…intanto sappi che non sarà obbligatorio a ma solo i genitori che vorranno fare una scelta del genere così come già avviene per molte famiglie che hanno la loro cappella e come già avviene per chi ne fa richiesta alla ASL di competenza. Inoltre nessuno ha parlato di recinti così come avviene già in altre città. Mi sembra inopportuna la tua descrizione macabra senza pensare invece alle tante donne o genitori che in Italia stanno richiedendo tale diritto”. Prendiamo atto della non chiarezza della proposta e ci rendiamo fin d’ora disponibili ad ogni ulteriore chiarimento sul nostro macabro articolo. LEGGI QUI L'ARTICOLO CONTESTATO: L'ORRORE DI UN ALBO PER I BAMBINI MAI NATI ECCO IL COMUNICATO STAMPA DI ALFREDO PAGLIARO DEL 19 GIUGNO 2014 (SU CARTA INTESTATA DEL COMUNE DI LECCE): UN ALBO PER I BAMBINI MAI NATI IN CERCA DI UN’IDENTITA’ Un apposito registro anagrafico comunale all’attenzione degli amministratori di Palzzo Carafa Un’anagrafe comunale per riconoscere l’identità dei bambini mai nati. La richiesta è partita oggi da Palazzo Carafa dal presidente del Consiglio comunale ,Alfredo Pagliaro e dal vicesindaco Carmen Tessitore che si sono dichiarati disponibili a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare che prevede “la possibilità di iscrizione dei feti morti all’interno di uno specifico albo anagrafico comunale”. Ad appoggiare con forza la questione è stato il Movimento Regione Salento. “I genitori che hanno vissuto questa brutta esperienza non devono sentirsi soli – ha affermato il presidente del Consiglio comunale, Alfredo Pagliaro – Per questo chiediamo che venga istituita un’anagrafe comunale dei bambini mai nati. Contemporaneamente reclamiamo l’obbligatorietà al trasporto dei feti morti da parte della Asl e ad esumare i corpi nelle strutture cimiteriali, peraltro già pronte per questo tipo di soluzione” “Come Movimento – sottolinea Paolo Pagliaro, presidente del Movimento Regione Salento – abbiamo subito aderito a questa raccolta di firme per sostenere a livello nazionale una proposta di legge ad hoc. Non esiste al momento, infatti, una regolamentazione chiara in materia. Abbiamo raccolto numerose testimonianze da parte di genitori che hanno vissuto momenti drammatici. E’ giunta l’ora che vengano informati e che si scriva la parola fine ad una prassi incivile che va contro i principi e i valori cristiani: i feti, di fatto, vengono trattati alla stessa stregua di rifiuti organici. Per questo la nostra la considero una battaglia di civiltà. Ringrazio il Comune per aver aderito all’iniziativa che stiamo portando avanti da tempo”. “E’ un problema, quello della morte del feto in utero – spiega Ada Giovanna Alibrando del Movimento Regione Salento – che tocca circa 180.000 coppie ogni anno. Vogliamo che resti traccia del breve passaggio in vita”. “Si tratta – spiega il vicesindaco Carmen Tessitore – di una questione importantissima e urgente allo stesso tempo: dare un nome ai bambini mai nati diventa fondamentale non solo dal punto di vista sociale, ma soprattutto sul piano piscologico, in un mondo in cui l’identità sembra affievolirsi. Sono pronta ad aprire un ‘cantiere’ di lavoro con la Asl Lecce – nell’ambito dell’Alleanza per la Famiglia – per portare all’attenzione questo delicato argomento”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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