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Erosione Puglia. Di Santo: ‘Il vero pericolo è sottoterra’

//SPECIALE EROSIONE COSTE// 3// Lecce. Secondo il segretario dell’Autorità di bacino non sono le coste, ma le caverne, il principale rischio naturale in Puglia. Perché non si studiano? Non ci sono soldi

LECCE – Selvaggia e, per questo, pericolosa. La costa pugliese, circa mille kilometri di scorci che tolgono il fiato, è una costa insidiosa per chi la frequenti. E’ dunque necessario studiarne ogni anfratto per poter fornire informazioni precise sui rischi che si corrono. E’ soprattutto la costa alta a costituire pericolo, dal momento che spesso i turisti, soprattutto nel Nord Puglia, cercano ristoro al caldo estivo sotto le rocce. Tuttavia, come ha riferito Rosario Di Santo, segretario generale dell’Autorità di bacino della Puglia, in occasione del seminario del CMCC sull’erosione costiera, la costa non è l’unico elemento di pericolo naturale in Puglia. Ci sono le caverne, ovvero le cavità nel terreno dalle quale si estraeva il tufo; sfruttate e poi abbandonate. Queste, che un tempo sorgevano ai margini dei Comuni, con gli anni sono state inglobate nei centri urbani: si è costruito sopra fino a dimenticarle. Ma ci sono, e per effetto dell’umidità e del peso dei fabbricati, potrebbero cedere. L’Autorità di bacino, però, non ha ancora avuto la possibilità di studiarle e quindi di mapparle. Per farlo serve una importante disponibilità economica, che invece non c’è. “Per affrontare con valenza scientifica o tecnica lo studio delle caverne – ha spiegato Di Santo – è necessario che le capacità di resistenza dei materiali naturali, siano noti alla scala locale. Applicare questi modelli allo studio del fenomeno richiede un consistente impegno economico perché va fatta una campagna di prelievi e di analisi di laboratorio che possano fornire i parametri per definire la pericolosità. Oggi ci vuole una maggiore conoscenza operativa ma anche la consapevolezza che senza contributi economici significativi non si andrà molto avanti”. Così l’attenzione dell’Istituto si è concentrata fino ad ora sulle coste, a partire dalla loro osservazione diretta, per poi arrivare, nel 2009 ad uno studio della dinamica costiera e alla redazione della Carta idrogeomorfologica della Puglia e poi della Carta geolitologia, documento che fornisce un inquadramento generale importante sulla costa rocciosa. L’Autorità ha inoltre redatto un atto di indirizzo per l’individuazione sistematica della pericolosità della costa, dividendo le coste alte in erodibili e non erodibili. Tutte le coste alte, per loro natura, sono potenzialmente pericolose. Così avviene da Bari, che solo apparentemente ha una costa bassa, al Ciolo. In particolare al Ciolo massi in condizione di equilibrio instabile costituiscono un pericolo costante per i bagnanti. Per quanto riguarda le coste erodibili, l’atto di indirizzo parte dalla conoscenza della geologia del litorale e le suddivide a seconda del grado di pericolosità, da pg1, il grado minimo, a p3, il grado massimo. Di Santo ha poi invitato ad una maggiore partecipazione all’attività di definizione delle pericolosità della costa. “Qui – ha detto – la zona sottoposta a vincolo da parte della Capitaneria di porto costituisce il 15% della totalità della costa. Ma se si collaborasse di più allo studio del territorio, quella percentuale scenderebbe almeno al 12%”. Il segretario dell’Autorità ha anche sottolineato l’importanza della comunicazione ai cittadini delle attività concesse o vietate in una determinata zona. “E’ importante che abbia informazioni intellegibili con cartellonistica adeguata in modo che nelle aree di pericolosità sia avvisato del rischio che corre. Quando si ha certezza che il luogo può essere pericoloso, allora lì vi possono essere disposizioni del sindaco, che ha la gestione del territorio, che vietino il transito delle persone. La gestione del problema va affrontata in maniera consapevole e col contributo delle autorità che istituzionalmente o tecnicamente possono interpretare i fenomeni”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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