Caminanti y caminantes

Tra una canzone salentina e una poesia spagnola

Massimo Troisi, nel suo primo film, si chiedeva perché mai i meridionali dovessero per forza emigrare e non potessero, invece, semplicemente viaggiare. Nanni Moretti in “Caro diario”, navigando da un’isola all’altra delle Eolie, si accorgeva di star bene solo in mare, mai a terra. Questa scuola di pensiero ha ora una canzone-manifesto, s’intitola “Sempre in viaggio” e la canta Mino De Santis, un orecchio a De Andrè, l’altro altrove. Quando ero in Lombardia mi toccava sgobbare e sognavo il dolce far niente sotto il cielo pugliese. Poi torno a casa e, sprofondato nel a beato, mi sento un beota (anzi, un coglione, in rima con meridione). Sto bene solo sul treno perché, per sfuggire al ricatto del lavoro e a quello del meridionalismo retorico, bisogna rifiutare la “sistemazione” sia lavorativa che etnica e appartenere soltanto alla ferrovia. Contro tutti, forse anche contro il “vogliamo tutto” di un tempo. La lingua è un impasto di italiano regionale del basso Salento capace di scavare tunnel che sbucano sul mondo. Il titolo dell’album, “Caminante”, scava fino ai campi di Castiglia, dove nel secolo scorso Antonio Machado diceva quasi la stessa cosa con parole anche foneticamente simili: “Caminante, no hay camino,/se hace camino al andar”.

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