Mafia. ‘Senza denuncia, non c’è reato’

Lecce. Secondo seminario organizzato dall’Elsa sulla mafia. Toccanti le parole del procuratore Motta e di Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni

LECCE – “Se la vittima non è più tale, il reato non esiste. E il reato non c’è, se la gente sceglie di non denunciare”. Rappresentano un invito ad andare oltre la paura e l’omertà, le parole pronunciate da Cataldo Motta, procuratore capo della Repubblica e Dda di Lecce, durante il seminario organizzato dall’Elsa (European Law Students’ Association) il 16 aprile scorso, presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo leccese. L’incontro, al quale hanno partecipato anche Maria Falcone, sorella dell’indimenticato giudice Giovanni e il procuratore aggiunto Antonio De Donno, ha avuto luogo nell’ambito di un ciclo di conferenze intitolate “Questo paese sarà bellissimo”, e ha puntato l’attenzione sull’invisibilità delle mafie nel territorio salentino e sugli sforzi per riconoscerle e combatterle. “Il silenzio è condivisione, accettazione e sovvertimento delle regole”, ammonisce Motta mentre racconta di come, a Mesagne, pochi anni fa, di fronte all’arresto di un esponente mafioso e della moglie, la gente del paese – nel cuore della notte – si sia riversata nelle strade per manifestare solidarietà. Non alle Forze dell’Ordine, ma ai due coniugi. Un segnale inquietante, questo, che configura la percezione della criminalità organizzata da parte di una buona fetta di popolazione. Non più come un’associazione a delinquere, bensì di “beneficenza”, pronta e disponibile a concedere prestiti a fondo perduto, recuperare crediti da privati, cercare posti di lavoro. E così, la mafia tradizionalmente intesa, si inabissa – tacciono le armi, le bombe, le stragi – e disvela un volto nuovo, tutto teso a creare consenso, silenzioso appoggio e reverenziale timore. Le conseguenze? Eccone una: in provincia, nell’arco dell’ultimo anno, le denunce per estorsione mafiosa si sono contate sulle dita di una mano. “E’ necessario – conclude Motta – che la società civile reagisca e rigetti la mafiosità”. Anche Maria Falcone, presidente della Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”, si associa alle parole del procuratore e sottolinea l’importanza di una repressione forte, “degna di uno Stato di Diritto”, purché affiancata dall’impegno della società civile a ribellarsi e “spezzare le catene dell’indifferenza e della complicità”. Se la mafia abbandona manifestazioni clamorose e si insinua nel cuore delle comunità grazie alla sua camaleontica capacità di adattarsi al mutare delle condizioni sociali, economiche e politiche, occorre “contrapporsi a questa deriva facendo testimonianza di legalità, ciascuno per il proprio ruolo” dice Falcone. La sorella del giudice, impegnata con le attività della sua Fondazione, riporta agli studenti presenti al seminario (universitari e medi) che, dopo la morte di Giovanni, ha deciso di impegnarsi in questa battaglia per rispettare quello che considera il testamento morale del fratello, racchiuso in una semplice frase: “Gli uomini passano, le idee restano e devono continuare a camminare sulle gambe di altri uomini”. “Quando morì il Generale Dalla Chiesa – racconta – un palermitano si recò sul luogo del delitto e appose un biglietto con su scritto ‘qui muore la speranza dei cittadini italiani onesti’”. A distanza di tanti anni, sotto l’albero dedicato al giudice Falcone nel capoluogo siciliano, i messaggi lasciati sono, invece, carichi di fiducia nel futuro. “Le stragi e il sangue versato – conclude Maria Falcone – hanno rafforzato il percorso della legalità che non si arresta grazie alla buona volontà di tutti noi”.

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