Catenacci

Ovvero l’ennesimo incontro/scontro fra canzoni e letterati

Ricordare, come hanno fatto i giornali, Manlio Sgalambro (morto il 6 marzo scorso) solo come il paroliere di Battiato è un po’ come dire di Nietzsche: un suo libro ispirò la colonna sonora di “2001: Odissea nello spazio”. Nel catenaccio che riassume una vita il filosofo non ci sta, perché troppo grande come scrittore e, diciamocelo, piccolino come paroliere. Dal suo avvicinamento al mondo della canzone nacque un breviarietto di estetica che è un gioiello, ma i suoi testi per Battiato non brillano. “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie” potrebbe andare come dialogo nevrotico in un film di Allen o Verdone, non in una canzone d’amore. “Breve invito a rinviare il suicidio” riecheggia maldestramente una poesia di Pessoa (che il suicidio lo affrettava), mescolato a qualche classico del nichilismo contemporaneo (per esempio Cioran). Va un po’ meglio quando saccheggia la poesia medievale, ma l’ombrello e la macchina da cucire ce li mettiamo… “ove non è che luca”. I parolieri colti dovrebbero andare tutti a scuola da Vinicius de Moraes per imparare a danzare sui valigioni del loro bagaglio culturale. Battiato la sua stagione di grazia l’ha avuta con Giusto Pio, quando dietro il pastiche pop faceva cucù (anzi cuccurucucù ) un adeguato pasticcio “parolistico”. Ma potrei cambiare idea.

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