Margiotta: ‘Educazione di genere, anche in politica’

Annatonia Margiotta, della segreteria Pd Lecce, analizza la presenza femminile in politica ed invita le donne ad una maggiore partecipazione. Dalle prossime elezioni

di Annatonia Margiotta* Che cosa significa festeggiare l’8 marzo? Che significato continuiamo ad attribuire a questa ricorrenza che risale al lontano 1908? E’ successo che nel corso degli anni, il senso di questa data corre il rischio di svuotarsi del suo significato più profondo per ridursi, invece, a momento goliardico di una non meglio definita rivendicazione della parità tra i sessi nella società, nella politica, nella professione. Com’è cambiata oggi la condizione della donna, rispetto a quelle donne che rivendicavano maggiori diritti e tutele? Le storie di violenza fisica, psichica e sessuale, di cui sono ancora vittime le donne, sia nelle mura domestiche sia nei luoghi di lavoro, ci raccontano come quel tempo appartenga ancora al nostro presente. Leggiamo, ascoltiamo e vediamo intorno a noi storie di sfruttamento, di abbandoni, di soprusi, di dipendenza affettiva e psicologica in cui le donne assumono un ruolo gregario rispetto agli uomini. Emerge, la rappresentazione della figura maschile come individuo che, incapace di amare e riconoscersi nell’altra parte come portatore di stessi valori, considera la donna, una proprietà di cui disporre a proprio piacimento. Le storie di vita personale, di questi uomini, il più delle volte, sono contrassegnate da esperienze di precoce abbandono affettivo, che poi sono ferite che si portano dentro fin dall’infanzia; altre volte da bambini sono stati vittime di violenze domestiche e, da adulti, per affermare il loro essere, si trasformano in carnefici. Non serve riportare l’incidenza delle donne uccise, maltrattate, violentate, sfruttate, basta aprire una qualsiasi pagina di giornale o guardare la televisione per rabbrividire e per rendersi conto di quanto stia dilagando questo fenomeno. E allora c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa di sbagliato nel modello educativo, nella relazione genitori-figli e nella coerenza di un modello educativo tra le varie Agenzie Educative con il quale la persona entra in relazione. E, allora, nel festeggiare l’8 marzo, vorrei richiamare l’attenzione sul significato di educare in generale e di ‘educare alle differenze di genere nella società e nella politica’, più in particolare. I cambiamenti culturali, negli stili di vita e nelle abitudini degli italiani, hanno visto rapide trasformazioni nel giro di pochi decenni e, quindi, non possiamo fare a meno di interrogarci su quali siano gli effetti, in virtù dei ruoli assegnati a uomini e donne, nella nostra società. Il concetto “educazione di genere”, stimola la riflessione almeno su due aspetti. Il primo è quello che comprende l’insieme delle azioni, messe in atto da chi ha responsabilità educative professionali, rispetto al diverso ruolo di uomini e donne nelle relazioni sociali, nei luoghi di lavoro, nella partecipazione alla vita pubblica, politica, nelle responsabilità di cura e nella diversa gestione del tempo libero, volte a favorire la valorizzazione dell’alterità e della complementarietà tra i due sessi. Il secondo aspetto, invece, riguarda il persistere di un modello educativo, praticato e tramandato da generazione in generazione, in cui si annidano stereotipi, di natura quasi arcaica, esperienze, vissuti e relazioni, irretite da una subcultura che sembra ostacolare qualsiasi pratica pedagogica, impotente nello scardinare condizionamenti radicati per emanciparsi a un livello superiore. Uomini e donne sono diversi sia biologicamente, geneticamente e sia come anatomia, questo è vero, ma uomini e donne sono uguali negli stessi diritti e dignità. Eppure, nella realtà della vita quotidiana non sembra essere così, non sempre almeno. Che cosa significa questo? Significa che noi donne dobbiamo diventare più consapevoli del nostro ruolo non solo di donne, ma anche e soprattutto di educatrici, perché continuando a proporre lo stesso modello, ci rendiamo responsabili della presunta superiorità maschile, permettendo che si faccia di noi ciò che vogliono. Noi donne dobbiamo imparare ad amarci di più, rifiutando tutte quelle situazioni che ledono il rispetto della dignità femminile; mi riferisco alle tante forme di pubblicità e trasmissioni televisive che rimandano l’immagine della donna come oggetto del piacere e basta, senza mai valorizzarne le capacità intellettive e le competenze. Se ci soffermiamoci a riflettere sul diverso modello educativo che pratichiamo nell’educare i nostri figli e le nostre figlie, ci accorgiamo di quanti genitori, ancora oggi, in modo consapevole o inconsapevole, educano diversamente figli e figlie. Per le figlie si mette in atto un’educazione di tipo più protettivo, mentre, per gli uomini tutto sembra dovuto, senza restrizione alcuna. Un altro aspetto importante riguarda l’educazione emotiva; anche qui ci sono differenze di genere. Che cosa succede se a piangere è un bambino? Succede che l’adulto lo richiama spiegandogli che piangere non è proprio un comportamento che si addice a un maschietto! Ebbene, non ci rendiamo conto del male che stiamo facendo a quel bambino perché non gli permettiamo di sviluppare la sua intelligenza emotiva, quell’intelligenza che nella vita gli permetterà di entrare in relazione con l’altro attraverso un rapporto empatico, riconoscendolo come portatore degli stessi valori. Il riconoscimento del Sé, deve essere applicato anche all’ambito politico, dove alcuni atteggiamenti di becera subcultura sessista, che continuano ad autoalimentarsi, valutano l’ingresso della donna in politica e nelle istituzioni, in funzione del suo aspetto estetico e non delle doti intellettive e delle competenze possedute. E’, infatti, abbastanza noto quanto è accaduto nei giorni corsi con la nomina dei nuovi Ministri del Governo Renzi. Considero oltraggiosa questa forma mentis sessista in cui la donna si trova a subire sguardi che spogliano con gli occhi e doppi e tripli sensi che alludono a prestazioni sessuali che a hanno a che fare con l’agire politico. E’ intollerabile che una donna debba difendersi da tali comportamenti, come se fosse responsabile del modo in cui gli uomini considerano il suo ruolo nella politica e se poi fa anche carriera. Il ruolo della donna in politica spesso è stato visto come un ruolo passivo, ma una donna deve potersi sperimentare liberamente ed essere unica protagonista delle sue scelte. Per molte donne, la presenza nella vita politica scaturisce da un legame positivo all’interno della famiglia che la sostiene e la ama permettendole di dare il proprio contributo alla comunità, e questo è sicuramente un punto di forza, ma ad altre non è permesso. Colmare il gap culturale nelle differenze di genere è il primo passo per una comunità che vuole cambiare verso ed essere innovativa. Per una donna fare politica non è mai esercizio di potere. La donna si approccia alla politica nello stesso modo con cui gestisce la propria famiglia, vale a dire con equilibrio, serenità e buon senso. Mi piace terminare con un pensiero di Oscar Wilde in cui diceva che: “La forza delle donne deriva da qualcosa che la psicologia non può spiegare”. La presenza delle donne in politica è un valore aggiunto di cui una comunità non si può privarsi. Il mio invito è rivolto alle donne, affinché a partire già dalle prossime elezioni amministrative ed europee, siano sempre più presenti e facciano sentire forte la propria voce. In questa battaglia di civiltà, gli uomini hanno un ruolo importante nella consapevolezza che le differenze di genere sono un valore aggiunto e che uomini e donne sono diversi ma complementari. *segreteria PD Lecce responsabile Politiche Sociali e Immigrazione

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