Lirica Lecce: Don Carlo, indubbi pregi e obiettive difficoltà

Lecce. Il direttore Rendine ha raggruppato un cast vocale di livello, un coro e un’orchestra di prim’ordine, principali responsabili del successo della serata

di Fernando Greco (foto di Samuele Vincenti) L’imperversante crisi economica non ha impedito che anche quest’anno l’inaugurazione della Stagione Lirica della Provincia di Lecce si svolgesse all’insegna di un grande impegno artistico volto alla realizzazione del “Don Carlo” di Giuseppe Verdi, opera sì di gran pregio, ma anche di grande difficoltà.

Don Carlo

// Un’opera complessa Qualsiasi giudizio critico non può prescindere dall’autorevole pensiero di Massimo Mila che a proposito del Don Carlo scrive: “… Opera temuta dai teatri lirici, non solo per la macchinosa complessità della messa in scena e per la lunghezza eccezionale, ma anche per le difficoltà dell’esecuzione: richiede infatti un complesso d’almeno sei cantanti di prim’ordine, tutti con responsabilità di prime parti e nessuno con la soddisfazione divistica di primeggiare”. A Lecce l’allestimento di ben sette grandi scene e il reperimento di almeno sei validi solisti non ha intimorito il maestro Sergio Rendine, direttore artistico della Stagione, che per l’occasione ha raggruppato un cast vocale di livello elevato e omogeneo a cui vanno aggiunti un coro e un’orchestra di prim’ordine, principali responsabili del successo della serata.

Don Carlo

// I due bassi Senza togliere a a nessuno, bisogna ammettere che i due bassi Carlo Colombara e Michail Ryssov, rispettivamente nei panni di Filippo II e del Grande Inquisitore, si siano ulteriormente distinti per formidabili qualità scenico – vocali. Dopo aver incantato le platee di tutto il mondo, il famoso basso Carlo Colombara ha ipnotizzato il pubblico leccese disegnando un Filippo II autorevolissimo, sempre credibile anche nel momento in cui l’esibizione del potere lasciava il posto al crepuscolare ripiegamento su sé stesso: è il caso dell’aria “Ella giammai m’amò”, applaudita a scena aperta, in cui la voce di Colombara ha saputo trovare i colori dell’intimo smarrimento del personaggio senza mai sminuirlo in termini di vigore e dignità, come si conviene a un nobile.

Carlo Colombara

Carlo Colombara Ancor più credibili risultavano i momenti di furore, come il battibecco con Elisabetta e il dialogo con l’Inquisitore, affrontati con interna forza e controllata platealità. Nel geniale duetto tra il Re e il Grande Inquisitore altri due elementi hanno contribuito a farne forse la pagina più riuscita di tutta l’opera: parliamo dell’orchestra e del basso Michail Ryssov.

Don Carlo

Michail Ryssov durante le prove L’orchestra Tito Schipa di Lecce, diretta per l’occasione da Filippo Maria Bressan, ha garantito per tutto il corso dell’esecuzione una performance confortante e corretta, trovando talora delle sonorità insolite e coinvolgenti, come nel caso dell’inizio dell’ultimo atto e di questa grande scena del terzo atto, in cui la musica introduce sinuosamente, in maniera quasi straussiana, il personaggio del Grande Inquisitore, rendendone tutta la viscida sicumera.

Don Carlo

L'orchestra diretta da Filippo Maria Bressan La voce di Michail Ryssov si è imposta per profondità e volume impressionanti, qualità che echeggiano la grande tradizione delle voci scure di origine russa e che, associate a un aplomb scenico formidabile, hanno garantito il successo dell’infuocato duetto con Colombara, in cui le due timbriche diverse, ma ugualmente importanti, hanno sostenuto una perfetta differenziazione tra i due protagonisti. // Un ardore adolescenziale La parte dell’infelice Don Carlo è stata affrontata con perfetto phisique du role dal tenore Leonardo Caimi che, complice un giovanile aspetto e uno sguardo irresistibile, ha trasmesso intatta tutta la tenerezza del personaggio, un ventenne che vive rapporti distonici con il mondo degli adulti e non sa tener testa a situazioni più grandi di lui compreso un amore impossibile vissuto con ardore adolescenziale.

Don Carlo

Leonardo Caimi Dal punto di vista vocale, il tenore ha esibito un bel timbro lirico pieno con qualche sfibratura durante le pericolose impennate nella zona acuta che tanto intimorivano lo stesso Pavarotti. Il soprano Cellia Costea ha prestato la sua voce calda e vellutata al personaggio di Elisabetta evidenziandone il carattere ora dolente ora perentorio, grazie anche a una preziosa presenza scenica.

Don Carlo

Cellia Costea

Don Carlo

Di ritorno a Lecce dopo il Nabucco del 2010, il baritono Corrado Carmelo Caruso ha interpretato un intenso Rodrigo, molto credibile nel suo atteggiamento paterno nei confronti di Don Carlo: qualche sfasamento in ritardo rispetto ai tempi dell’orchestra non ha compromesso l’ottima resa vocale soprattutto durante la grande scena del terzo atto, decisamente commovente.

Don Carlo

Corrado Carmelo Caruso Il personaggio della Principessa Eboli si è giovato del piglio energico di Anna Maria Chiuri, formidabile vis scenica e galvanizzante timbro mezzosopranile talora costretto a emissioni di forza nelle zone più acute.

Don Carlo

Anna Maria Chiuri con Caruso e Caimi Scenicamente simpatico e musicalmente impeccabile il Tebaldo en travesti del soprano Adriana Iozzia. Discreto il basso Devis Fugolo nei panni dell’enigmatico Frate che compare all’inizio e alla fine dell’opera. Fastidiosetto il timbro del tenore Simon Dongiovanni nel ruolo del Conte di Lerma. Stridula e calante la Voce dal Cielo del soprano Annalisa Ragione. Il Coro Lirico di Lecce preparato da Emanuela Di Pietro ha garantito una performance impagabile nonostante la lunghezza e la difficoltà della parte, raggiungendo risultati strepitosi nella scena dell'autodafé. Da notare un ulteriore miglioramento della sezione tenorile, che ha acquisito sonorità decisamente più morbide rispetto alla precedente Stagione. // L'allestimento Il versante visivo dello spettacolo, curato dal regista Ludek Golat in accordo con la scenografia di Alessandra Polimeno, si è avvalso di pochi elementi architettonici arricchiti da evocative proiezioni. Molto efficace la lugubre cripta evocata nella prima scena, i cui scheletri riportavano alla mente un po’ l’altare dei martiri nella cattedrale di Otranto un po’ la famosa cripta romana di Santa Maria della Concezione. Meno riuscita la seconda scena del primo atto, in cui quello che doveva essere il ricco giardino della regina è diventato una spazio spoglio, riempito soltanto da piacevoli nuvole proiettate sullo sfondo e da una fredda scalinata frontale immiserita da due scivoli laterali che sembravano quelli per disabili.

Don Carlo

Delicato e coinvolgente il gioco della “mosca cieca” iniziale, al contrario dei goffi movimenti di danza arabeggiante che le damigelle, sistemate tutte in modo poco realistico sul proscenio, hanno intrapreso durante la canzone del velo. Non fosse stato per il rogo finale evocato dalla proiezione delle fiamme, la scena dell’autodafé avrebbe potuto passare per una qualsiasi cerimonia di corte, alla presenza di monaci poco credibili nelle loro scarpe nere (gli unici a indossare veri sandali erano i personaggi del Frate e del Grande Inquisitore).

Don Carlo

Molto kitsch l'angelo della morte evocato da uno scheletro con falce in mano, proiettato alla fine del secondo atto. Ben riuscita la camera privata di Filippo II adorna di un polittico e ridondante di elementi religiosi che portavano alla mente l'esteriore ortodossia religiosa del Re, che peraltro è comparso in scena con un rosario in mano.

Don Carlo

Bella l'idea di utilizzare per tutta l'opera delle grate di metallo che di volta in volta, in maniera caleidoscopica, evocavano elementi diversi, come l'enorme croce che incombeva sulla scena del carcere, comprendente al centro un motivo iconografico di “Sacro Cuore” che ricordava l'ostensorio della Santa Inquisizione. La miracolosa assunzione in cielo di Don Carlo nel finale dell'opera è stata resa tramite un intenso fascio di luce proiettato dall'alto (le luci erano dirette da Iuraj Saleri), facendo udire dall’esterno la voce del fantomatico Frate.

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