Carnevali e cantilene

Un’o(re)cchiata all’epidemia canora brasiliana

Per capire un certo “carattere nazionale” del canto melodico brasiliano – sicuramente debitore della tradizione musicale dei due mondi, il vecchio e il nuovo – basterebbe forse ascoltare insieme l’attacco di “Manhã de Carnaval”, di Luiz Bonfá (1922-2001), e quello della cantilena di Heitor Villa-Lobos (1887-1959), nelle “Bachianas Brasileiras”, entrambi rigorosamente senza parole. Quelle arrivano dopo e in fondo dicono cose assai banali. Nulla che il canto “muto” non abbia già espresso. Nel pezzo di Villa-Lobos si parla di nuvole rosee e nostalgia crudele (Al Bano e Romina avrebbero detto “canaglia”), mentre la canzone di Bonfá descrive una certa sensazione di allegria irripetibile e l’associa al mattino di festa, col Carnevale in arrivo. È un sabato del villaggio più intenso che a Recanati, poiché si ripete una sola volta l’anno, debitore anch’esso della tradizione dei due mondi e di due diverse forme di paganesimo represso. Come ricorda Chico Buarque, nel continente si aggiravano i figli erranti e ciechi di un Brasile scippato in tenebrose transazioni. Trasportavano pietre come penitenti per erigere strane cattedrali e, per un giorno almeno, avevano diritto a un’allegria fugace, un’epidemia affannosa. Strano destino dei popoli più solari, quello di aver scoperto il mestiere di vivere e il mestiere di ridere.

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