… e forse del figlio

Padri, prole, fratelli e masnadieri

“I Masnadieri” di Verdi, tratti dal primo dramma di Friedrich Schiller, giovane soldato tedesco dal sangue bollente e un amore sconfinato (come Wilhelm Meister) per le assi del palcoscenico, sono un’opera sulla rivolta giovanile. Attualizzando molto, si potrebbe dire sui ribelli senza causa (o gioventù bruciata, come dir si voglia), o addirittura sulla lotta armata. Ma il tutto è ricondotto ai nodi del romanzo familiare: odio/amore per il padre e gelosia tra fratelli. Insomma Caino, Abele, Edipo, Romolo, Remo & co. Nell’ultimo atto, il conte di Moor ritrova Carlo, il figlio masnadiero. Sono perduti in un bosco e lui è vecchio e stanco. Ha vissuto per dei mesi come sepolto vivo, non riconosce il ragazzo, ma gli chiede di accettare un suo bacio come fosse quello di un padre e di ricambiarlo come se lui fosse davvero il figlio. Carlo, che invece l’ha riconosciuto, trova il suo unico momento di gioia prima di morire. Perché in famiglia l’immagine sempre mutevole, non solo fisicamente, è quella dei figli, mentre i genitori restano inchiodati alla vecchiaia sin da giovani. Dove nessuno riconosce più nessuno è nel teatro (tutto sguardi obliqui) del nostro autore/attore più anti-edipico e operistico, Carmelo Bene, che qui sostituisce Carlo con Amleto.

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