Vitali: ‘Il territorio non ha saputo sfruttare il Pit9’

// INCHIESTA// 5// Il progettista capo del Pit9 analizza punti di forza e di criticità del progetto. Che considera ancora oggi eccellente

Umberto Vitali, progettista-capo del Pit9, a cinque anni dalla chiusura del Progetto, si dice mortificato. Perché il territorio non ha capito la portata dello strumento di sviluppo territoriale che aveva tra le mani, perché non l’ha saputa sfruttare, perché ha soffocato un processo di crescita che avrebbe potuto dare risultati importanti. Un’analisi fredda di ciò che il Pit9 è stato (una dotazione di di circa 62,5 milioni ed un territorio di 68 Comuni) e di ciò che avrebbe potuto essere, se sfruttato in tutte le sue potenzialità, probabilmente non è facile. Tuttavia basta pensare che il Pit Sud Salento è stato considerato un esempio di Pit eccellente in uno studio sui Pit pugliesi pubblicato nel 2011 dal Consorzio Metis del Politecnico di Milano (LEGGETE QUI). Nell’analisi, i ricercatori del Metis distinguono i Pit pugliesi in tre tipologie – quelli in emergenza, quelli in stand by e quelli d'eccellenza – inserendo il Pit9 tra questi. L’indagine si conclude con il 2009, anno in cui è stato eletto sindaco Ivan De Masi. Il cambio di Amministrazione avrebbe dunque determinato la perdita di interesse nei confronti dello strumento Pit. Stessa valutazione ne ha fatto il Ministero dello Sviluppo economico (LEGGETE QUI). Ed infatti il Pit9 resta ancora oggi, su 140 Pit in Italia, una delle poche esperienze concluse in maniera positiva. Senza ricorsi giudiziari, senza indagati, senza nemmeno un euro da spendere ancora. Segno che le idee erano buone ed anche i progetti per svilupparle. Forse, come dice Vitali, il territorio non era pronto. A cinque anni dalla conclusione del Pit9, che resoconto ne può tracciare? Si sarebbe potuto fare di più? “Si può sempre fare di più. La questione Pit è complessa perché al centro del dibattito vi è lo sviluppo del territorio, che è riconducibile a tantissime variabili. Tuttavia, la necessità di avere dei piani di sviluppo ormai è fuori di dubbio tant’è che la Comunità europea da decenni ormai spinge sugli strumenti di programmazione integrata. E in Europa intere regioni e città importanti hanno cambiato il proprio volto grazie a questi piani. L’Irlanda, la Spagna ed anche altre città italiane come Jesi, Torino e Venezia hanno radicalmente mutato aspetto. Questi piani servono soprattutto come strumento negoziale: cioè offrono ad un territorio la possibilità di negoziare risorse con gli enti competenti oltre a fungere da acceleratore di spesa. Faccio un esempio: la nuova programmazione 2014/2020 per l’Italia difficilmente finanzierà infrastrutture, con danno gravissimo per l’Italia, che invece ha bisogno di infrastrutture. Perché? Perché ritiene l’Europa l’Italia non in grado di spendere le risorse che intervengano sulle infrastrutture. Il successo o l’insuccesso del Pit9 va letto in quest’ottica. Come, cioè, un’esperienza che ha speso tutto, che ha speso nei termini, senza incappare in nemmeno un ostacolo giudiziario, a differenza di quasi tutti gli altri Pit. Questo significa che c’è stato il rispetto delle regole da parte di un gruppo competente. Soprattutto, si sono realizzati tutti gli obiettivi che singolarmente il progetto si proponeva”. Perché allora il Pit9 non ha avuto continuazione? “Con qualche anno di ritardo mi rendo conto che il Salento, ma credo anche l’intero Paese, ha una classe dirigente inidonea a gestire strumenti come il Pit. Intendo in primis gli amministratori locali, ai quali rispetto al passato è stato concesso un ruolo di attore nel processi di sviluppo. Col senno di poi la mia esperienza mi porta a dire che processi così complessi per ottenere risultati positivi devono nascere sotto congiunzioni astrali che mettano assieme in maniera fortunosa l’elemento tecnico, l’elemento amministrativo e l’elemento politico. Ma se la classe dirigente – intendo associazioni datoriali, associazioni sindacali, Camere – non ne coglie la portata, il processo si blocca. Tant’è vero che quelle che sarebbero dovute essere la naturale evoluzione del Pit, le Aree vaste, sono invece fallite. Ma non perché la Regione o la Comunità europea nel frattempo abbiano cambiato idea di sviluppo, ma perché i territori hanno fallito. Ricondurre lo sviluppo del territorio ad una logica politica, di campanile, non è il modo giusto di affrontare processi complicati come questo”. Non ha la sensazione che il Pit9 non sia stato capito dal territorio, mentre è stato elogiato da soggetti “estranei” come le Università, il ministero? “Il Pit9 è stata un’esperienza riconosciuta da soggetti terzi, centri di ricerca, università, ministeri, come un’esperienza eccellente. I Pit in Italia sono stati circa 140; le risorse destinate sono state miliardi di euro; la maggior parte sono state esperienze fallimentari. In questo scenario mortificante, l’esperienza di Casarano è stata vincente”. Quali sono state le criticità del Pit9? “Qualcuno ha detto che il Pit9 non è stato comunicato abbastanza e che non ha coinvolto a sufficienza il territorio. Ma non è così. L’unico errore è stato proporlo ad un territorio che ancora non era pronto mentalmente e culturalmente ad affrontare questi processi, per cui all’inizio se ne è disinteressato. Poi, solo in un secondo momento, ha rivendicato un ruolo di portatore di interessi anche con una scarsa informazione. I processi avviati dal Pit9 non sono stati seguiti e completati dalle Amministrazioni successive. La piattaforma intermodale è un esempio di questo. E’ stata realizzata sia perché inserita nel Pano regionale dei trasporti, sia perché le aziende intervistate, circa 100, hanno ritenuto quell’opera strategica. Con l’Amministrazione Venuti l’opera è stata realizzata; con le successive, che avrebbero dovuto creare il modello di gestione, si è tutto bloccato. Il Polo tecnologico creato dall’Amministrazione che ha gestito il Pit9, non è stato concretizzato dalle classi dirigenti successive, dagli amministratori che hanno seguito Venuti e dalle associazioni di categoria che sarebbero dovute entrare nel capitale sociale del Polo”. Che cosa prova a vedere arenato un progetto di sviluppo lungimirante e visionario? “Sono profondamente mortificato. I Piani di zona oggi, per certi aspetti, non fanno altro che replicare esperienze del Pit9. Purtroppo oggi con la crisi che il nostro comprensorio vive, non riusciamo a sfruttare strumenti che noi stessi abbiamo creato. E’ paradossale. Ed è un vero peccato aver distrutto Area Sistema”. La considera un’occasione persa per sempre? “Non vedo segnali che mi facciano pensare che è in moto un’azione da parte delle Amministrazioni competenti volta a sollecitare la Regione. Purtroppo non è la Regione a dover indicare ai sindaci progetti di sviluppo dei loro territori, ma il contrario. I programmi di sviluppo devono partire dal basso, ma credo che ciò non stia accadendo”. Leggi anche: Paolo: ‘Il carcere? Un'altra vita' Liberi tutti. ‘Senza scarti' 'Ex detenuto? Oggi è uno di noi' Venuti: ‘Il Pit9, un inizio senza finale' Svuota carceri. I numeri

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati