Petruzzelli: Elektra, inquietante capolavoro del Novecento

Bari. Protagonista della serata, l’Orchestra del Petruzzelli, rinforzata da una trentina di strumentisti della Tito Schipa di Lecce. Il risultato? Strepitoso

di Fernando Greco (foto di Carlo Cofano) BARI – Inaugurazione in grande stile per la Stagione Lirica 2014 del Teatro Petruzzelli di Bari: in scena l’“Elektra” di Richard Strauss in un nuovo allestimento creato per la ricorrenza del 150° anniversario della nascita del celebre compositore.

Elektra
Elektra
Elektra

// Icona del Novecento Partendo dall’omonima tragedia di Sofocle, il genio straussiano realizza un lucido e complesso scavo psico-antropologico del mito, creando con la sua “Elektra” un’icona del Novecento. Agli albori del XX secolo, la sventurata figlia di Agamennone porta in palcoscenico la sua nevrosi compulsiva, complici la formidabile scrittura musicale di Richard Strauss (1864 – 1949) e l’inesauribile estro creativo di Hugo von Hofmannstahl (1874 – 1929), drammaturgo con il quale il compositore crea un’accoppiata vincente che avrebbe dato vita all’”Elektra” (1909) e ad una serie di opere memorabili tra cui è d’obbligo citare almeno “Der Rosenkavalier” (1911) e “Ariadne auf Naxos” (1912). Dopo aver scandalizzato l’Europa con la sua Salomé (1905), ossessionata dal lubrico desiderio di baciare la testa mozza del Battista, Strauss mette in scena un’altra donna dell’antichità, Elettra, ossessionata dal desiderio di vendicare il padre Agamennone, re di Micene, ucciso dalla moglie Clitemnestra al ritorno dalla guerra di Troia. Tale ossessione avrà totale dominio sulla protagonista, che si anerà completamente nel culto paterno e non troverà pace finché la vendetta non sarà compiuta. Oreste, fratello di Elettra, tornato inaspettatamente a casa dopo essere stato creduto morto, vendicherà il padre uccidendo Clitemnestra e il suo amante Egisto. Fuori di sé dalla gioia, Elettra si lancerà in una danza orgiastica fino a stramazzare morta per terra (… come non pensare alla “Sagra della primavera”?). Partendo dalla poetica del Decadentismo, Hofmannstahl rilegge il mito in maniera singolare, inscrivendo l’ossessione della protagonista in un primitivismo brutale e simbolico in cui tutto ha valore sacrificale, mentre sul versante musicale Strauss crea una partitura lussureggiante per un organico orchestrale smisurato comprendente più di cento elementi, superiore addirittura a quello del “Ring” wagneriano. Le quattro note iniziali (Re-La-Fa-Re) rappresentano il leitmotiv del nome del Sovrano (A-ga-mem-non), più volte replicato nel corso dell’opera: l’incedere del tessuto musicale si caratterizza per arditezze atonali che il compositore non avrebbe più raggiunto nelle opere successive, consapevole di aver toccato, con l’”Elektra”, “… i limiti estremi della capacità di ricezione dell’orecchio odierno”. // Un’arcaica mediterraneità L’allestimento barese, realizzato in coproduzione con il Teatro Lirico di Cagliari e curato per l’aspetto visivo dal regista Gianni Amelio, rappresenta il primo capitolo di un trittico che vede impegnati al Petruzzelli tre registi provenienti dal mondo del cinema: dopo Amelio sarà la volta di Ozpetek con “La Traviata” e Bellocchio con “Pagliacci”. In collaborazione con Sergio Tramonti per le scene e Maurizio Millenotti per i costumi, Amelio contrappone all’originaria ambientazione notturna la luminosità spesso accecante della Magna Grecia (complice il disegno luci di Pasquale Mari), trovando un programmatico parallelismo tra il mito di Elettra e quell’arcaica mediterraneità fatta di tradizioni non scritte che affonda le sue radici in una ritualità gestuale. In scena incombe un muro verticale che separa l’interno della reggia dall’esterno, dove tutto è fatto di nuda pietra (come nei Sassi di Matera) nella quale è rimasta incavata per sempre una fossa che riprende la sagoma del re assassinato, fossa nella quale si precipiterà Elettra alla fine dell’opera. Un bunker diroccato, residuo di guerra, rappresenta il luogo del volontario isolamento della protagonista.

Gianni Amelio

I ringraziamenti di Gianni Amelio

Elektra

I ringraziamenti dell'intero cast // Un risultato strepitoso L’Orchestra del Petruzzelli è stata la principale protagonista della serata, rinforzata per l’occasione da una trentina di strumentisti dell’Orchestra Tito Schipa di Lecce, con un risultato strepitoso, diretta magistralmente da Jonathan Nott, musicista esperto nel repertorio del Novecento (ricordiamo l’incisione discografica dell’integrale sinfonico di Ligeti con i Berliner Philharmoniker).

Elektra

Jonathan Nott Efficace la contrapposizione tra momenti di imponente sonorità e quelli in cui un sapiente balance dei volumi ha fatto emergere la polifonia atonale della partitura, come nell’impressionante scena di Clitemnestra. Il soprano Elena Pankratova ha disegnato un’Elettra intensa e commovente, raggiungendo il meglio di sé nella scena del riconoscimento del fratello Oreste, in cui il delicato lirismo di un canto disteso l’ha vista più a suo agio rispetto ai momenti di vocalità più accesa e brutale, dove non sarebbe stato inopportuno un appeal più autorevole e una maggiore sicurezza nel registro acuto. Tale constatazione è resa più evidente dal confronto con le altre due protagoniste dell’opera, Crisotemide e Clitemnestra, apparse in vero stato di grazia. Parliamo del soprano Alex Penda, impagabile nel rendere il carattere della sorella “buona”, che aspirerebbe a una vita normale coronata da un matrimonio felice: la voce del soprano bulgaro ha espresso appieno tutti i colori dell’unico ruolo di quest’opera che preveda un cesello di matrice belcantistica, evidente già all’ingresso del personaggio, associato alla capacità di “tagliare” il volume orchestrale in maniera incisiva, qualità che la Penda ha sfoderato ad arte.

Alex Penda

Il soprano Alex Penda Splendida anche la Clitemnestra di Natascha Petrinsky, pregevole timbro mezzosopranile a servizio del ruolo più nevrotico e più difficile dell’opera: la disinvoltura nel cantare un pentagramma difficilissimo ha permesso alla cantante di rendere con efficacia scenica il conflitto interiore del personaggio, in bilico tra la sua apparente nonchalance di “femme fatale” e l’autodistruzione di una mente malata, erosa dall’insonnia e dal rimorso.

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Elena Pankratova e Natascha Petrinsky Accanto a tre leonesse di tal fatta, nondimeno il baritono Egils Silins ha creato un Oreste credibilissimo per qualità scenico – vocali, come il tenore Peter Bronder nei panni di Egisto, ruolo affrontato con la giusta carica grottesca, come grotteschi sono di solito i personaggi straussiani affidati alla corda tenorile.

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Elena Pankratova e Egils Silins Tutti i cantanti impegnati nei numerosi ruoli minori hanno contribuito con la loro interpretazione puntuale e precisa al successo dello spettacolo: nei panni del Precettore di Oreste il baritono Graziano De Pace, i soprani Francesca Bicchierri e Roberta Mantegna nei rispettivi ruoli di Confidente e Ancella dello strascico, il giovane e il vecchio servo interpretati dal tenore Francesco Castoro e dal basso Vincenzo Santoro, il soprano Miranda Keys nei panni della Sorvegliante, le cinque bravissime ancelle di Kismara Pessatti, Susanne Kreusch, Daniela Denschlag, Sara Hershkowitz ed Eva Oltivanyi; nel ruolo delle sei serve Teresa Caricola, Caterina Daniele, Giuliana Di Mitrio, Stefania Lenoci, Roberta Scalavino e Anna Schiavulli, cantanti ottimamente scelte nell’ambito del Coro del Petruzzelli che, sempre ben istruito da Franco Sebastiani, completava lo stuolo di servi e ancelle.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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