Balletto del Sud: Stravinskij, una sfida vittoriosa

Lecce. Il Balletto del Sud ha regalato al pubblico la magia di Stravinskij nella stagione autunnale dell’orchestra Tito Schipa

di Fernando Greco Lecce. Scaturito dalla ricorrenza del centenario della prima rappresentazione de “La sagra della primavera” di Stravinskij, il nuovo spettacolo creato da Fredy Franzutti per la compagnia “Balletto del Sud” in seno alla stagione autunnale dell’Orchestra Tito Schipa di Lecce ha regalato al pubblico la magica alchimia che si crea in quelle rare occasioni in cui tutti gli ingredienti sono di alta qualità e convergono sul palcoscenico nella maniera più opportuna. L’ideale incontro tra la creatività del coreografo, la bravura dei danzatori, la strepitosa scenografia e l’orchestra in reale stato di grazia ha avuto esiti miracolosi. BRUTALE RITUALITA’ Protagoniste della serata due partiture del rivoluzionario compositore Igor Stravinskij (1882 – 1971), ovvero “L’uccello di fuoco” (1909) e “La sagra della primavera” (1913). Si tratta di opere create in anni cruciali, anni in cui il musicista avrebbe maturato quelle scelte che avrebbero reso il suo stile un unicum nella storia del XX° secolo. L’accostamento tra i due titoli costituisce già di per sé una scelta di alto valore culturale, poiché consente di apprezzare la tangibile differenza estetica e stilistica tra “L’uccello di fuoco”, opera che ancora guarda al tardo Romanticismo di Rimsky-Korsakov e alla tradizione popolare russa, e “La Sagra”, partitura “scandalosa” (attributo utilizzato all’indomani del debutto) poiché ricca di elementi di estrema novità musicale e drammaturgica.

“Un giorno, in modo assolutamente inatteso, intravidi nell’immaginazione lo spettacolo di un grande rito sacro pagano: i vecchi saggi, seduti in cerchio, osservano la danza di morte di una vergine che essi stanno sacrificando per propiziarsi il dio della primavera”. Apprendiamo dunque dalle parole dello stesso Stravinskij il nucleo creativo del “Sacré du printemps”, che parte dall’assenza di una trama, così come spiega il compositore: “Il mio nuovo balletto non ha intreccio … E’ un’opera musicale – coreografica: sono immagini della Russia pagana unificate da una sola idea fondamentale: il mistero dell’improvviso sorgere del potere creatore della primavera”. Abbandonati i sentimentalismi di fine secolo, l’artista del Novecento trae ispirazione dal mondo arcaico, con la sua essenziale e brutale ritualità, alla ricerca di nuove accezioni psicodinamiche (l’”Elektra” di Strauss è del 1909) che, nel caso della “Sagra”, erompono da una ritmica complessa e ossessiva che pervade la partitura, nella quale l’elemento melodico appare appena evocato alla maniera di un ricordo, una reminiscenza lontana. E’ il caso dell’incipit dell’opera, un formidabile assolo di fagotto mutuato da una canzone popolare lituana, che rimane impresso indelebilmente nella memoria dell’ascoltatore.

Dati tali presupposti, è facile intuire come la “Sagra” costituisca per un coreografo un impasse difficilmente superabile, un’impresa in cui dare prova di grande maturità artistica senza scadere nella banalità o nell’eccesso. Franzutti risolve la questione in maniera geniale, collegando il concetto di danza ossessiva a quello del tarantismo, cardine della cultura meridionale e salentina che affonda le sue radici in un mondo ancestrale ancora parzialmente inesplorato che trova la sua ragion d’essere nella ritualità pagana, proprio come previsto da Stravinskij. Proseguendo il discorso iniziato con la “La Bella Addormentata”, la cui protagonista cade in trance a causa del morso della tarantola, nella “Sagra” Franzutti mostra al pubblico una manifestazione isterica di massa, che coinvolge non soltanto l’Eletta, ma tutto il nucleo sociale che la circonda. Geniale risulta anche l’aspetto scenografico dello spettacolo, costituito esclusivamente da proiezioni di dipinti del leccese Ezechiele Leandro (1905 – 1981), il cui astratto simbolismo ha la forza evocativa della pittura rupestre, quella stilizzazione rituale tipica dei graffiti primitivi: non poteva esserci scelta più azzeccata. Di pari passo, l’essenzialità dell’abbigliamento ha fatto emergere la forza incontaminata della danza che, grazie alla bravura degli interpreti, è divenuta interprete di sé stessa, in perfetto accordo con il dettato stravinskiano. L’espressività dei danzatori, privi di paludamenti formali e ricchi di muscolare vitalità, ha trasmesso indimenticabili guizzi di energia pura, scintille di giovanile freschezza. Pleonastico citare i tre protagonisti, ovvero Chiara Mazzola nel ruolo dell’Eletta, il Fanciullo di Nicola Lazzaro e Bilyana Dyakova nei panni del Saggio, nell’ambito di un ensemble il cui affiatamento ha garantito il successo dello spettacolo. ATMOSFERE INCANTATE Prima di dar fuoco alle polveri con “La Sagra”, il Balletto del Sud ha riproposto “L’uccello di fuoco”, fascinoso allestimento che nel 2007, anno del debutto, vide la galvanizzante partecipazione di Lindsay Kemp nel ruolo del mago Katscheij. Si tratta di una fiaba tratta dalla tradizione popolare orientale che ben potrebbe ascriversi alle incantate atmosfere de “Le mille e una notte”, peraltro affrontate da Franzutti nell’incantevole “Shéhérazade”, balletto costruito sull’omonimo poema sinfonico di Rimsky-Korsakov. La replica attuale ha ipnotizzato ancora una volta il pubblico grazie alla bravura dei suoi protagonisti, in primis Alessandro De Ceglia nei panni del Principe, la cui statuaria bellezza è stata valorizzata al massimo dalla coreografia di Franzutti. Strepitosi i passi a due con Katerina Petrova, anche lei pregevole protagonista nel title-role. Tenera al punto giusto Vittoria Pellegrino, commovente Principessa. Già valido sostituto di Kemp nel ruolo della strega cattiva ne “La Bella Addormentata”, l’attore-mimo Andrea Sirianni ha affrontato il ruolo di Katscheij con grottesca caricaturalità; forse un atteggiamento un po’ più terrificante avrebbe reso più incisivo il personaggio (l’entrata di Kemp incuteva autentica paura). L’ORCHESTRA Dal punto di vista musicale, dopo un “Uccello di fuoco” sinuoso e accattivante, “La Sagra” ha rappresentato una sfida vittoriosa anche per la nostra Orchestra Tito Schipa, che ha sviscerato la complessa partitura evidenziando timbriche e ritmica in maniera esemplare. Merito della bacchetta di Pierre André Valade, un’indiscutibile garanzia nel repertorio del XX° secolo. UN LUSSO TROPPO GRANDE A riflettori spenti, giunge spontanea una riflessione sull’esigua presenza di pubblico durante le tre serate di rappresentazione. Premesso che Stravinskij è una figura fondamentale per la storia della musica e che non capita tutti i giorni di poter assistere a un allestimento de “La Sagra della Primavera”, uno spettacolo di siffatto valore avrebbe senz’altro meritato il tutto esaurito da parte di una città candidata a divenire Capitale Europea della Cultura e soprattutto da parte di una popolazione che non perde occasione di millantare cultura ai quattro venti, salvo poi confondere il concetto di cultura con quello di mero intrattenimento. Ma forse Stravinskij è un lusso troppo grande per chi si riempie la bocca a sproposito con il nome di Tito Schipa e poi non sa distinguere Mozart da Ravel o peggio “Aida” da “Cavalleria Rusticana” oppure confonde il “Sempre libera” con una canzone popolare messicana. Chi scrive può garantire che questa breve lista di esempi non è casuale, ma fa riferimento ad alcuni tra numerosi aneddoti accaduti realmente in teatro, aventi come interlocutori nomi famosi nell’ambito culturale cittadino. Si potrebbe obiettare che ognuno si appaga come vuole, secondo l’asserto dantesco per cui “ognuno riceve tanta grazia quanta ne può contenere”, ma in questo periodo di vacche magre sarebbe più che mai opportuno saper distinguere il grano dal loglio, non fosse altro che per fermare la selvaggia trasformazione dei teatri in squallide sale da gioco

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