Altri centenari II

I 400 anni dalla morte del principe dei madrigali

Altro anniversario notevole è quello della morte di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, che si spense folle d’amore, rabbia e rimorso, chiuso nel suo castello, nella tarda estate di 400 anni fa. Gesualdo è uno di quei personaggi dalla biografia ingombrante: un giorno trovò la moglie a letto con un altro uomo. Li fece massacrare a roncolate, lì, sul talamo nuziale. Tale misfatto – unito all’espressività dei suoi madrigali, dove abbondano “dissonanti” passaggi cromatici – ha indotto alcuni a vedere in lui un precursore del “maledettismo” e degli espressionismi di qualche secolo dopo. Il punto è che i codici musicali dell’epoca erano meno rigidi del codice d’onore coniugale; ciò rese il principe più originale come compositore che come marito. La storia, del resto, non procede né recede, diceva un altro autore di madrigali a suo modo, Eugenio Montale. Per Gesualdo – che fece della morte il proprio vizio assurdo, tragicamente contagioso – l’arte di muovere le voci, zampillanti come il fiotto di una fontana, ora unite ora sparpagliate, è arte del falso movimento nella profonda immobilità del tutto. Il suo “e pur si more”, variamente intonato a chiusura di un pezzo in cui descrive un’anima che ignora d’essere mortalmente ferita, è controcanto ideale all’affine, coevo “e pur si move”.

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