Ciao, Gino

Casarano. Il ricordo del professore Gino Pisanò, grande animatore del Tacco d’Italia

(ph: Gino Pisanò, Tacco d'Italia n. 9 dicembre 2004) Fu la prima persona che andai a trovare dopo essere tornata da Milano. Professore universitario di chiara fama, noto in città come persona alla mano e semplice, sempre aperto verso i ragazzi, lo sentivo come l’unico che avrebbe potuto capirmi e darmi ascolto. Sufficientemente estraneo, allora, per essere anche un confessore delle inquietudini professionali. Cercavo un indirizzo, alla vita e al lavoro. Mi accolse nel suo studio, dove le pareti erano un complemento d’arredo ai libri, che erano muri, mobili, scrivania, sedie. Il fumo attutiva i toni della conversazione. Gli parlai di quello che avevo lasciato a Milano e di quello che ero venuta a cercare qui e perché. Carriera universitaria a Lecce, settore umanistico? “Lascia stare – mi disse – è tutto prenotato. Almeno per i prossimi due concorsi”. Irrequieta e ansiosa di fare, per niente diplomatica né conciliante, anzi, rissosa e anarchica, non avevo gli strumenti caratteriali per frequentare quel mondo. Sapeva leggerti la mente e il cuore, il professore, e si prendeva la responsabilità di dirti cose che non volevi sentirti dire. Come che la prosa e le poesie erano belle e che dovevo continuare. Io invece volevo fare la cronista, non la poetessa, né la romanziera. E le ho ripudiate, contro il suo parere. Il professore – ostinatamente voleva farsi chiamare Gino, ma non ci sono mai riuscita – non si è mai sottratto alle domande, né al confronto. Prendeva ogni provocazione intellettuale come una sfida della maieutica, del partorire nuovi punti di vista. Questi incontri diventarono un dissetarsi reciproco: amava sedersi in redazione, circondato da giovani e aspiranti colleghi, e sentire che cosa avessero da dire, per poi dire la sua. A quel punto il tempo si fermava e ci ritrovavamo improvvisamente con due ore di lavoro arretrato da recuperare. Di tanto in tanto ci regalava un corsivo, e io ne approfittavo per lamentarmi, ché ne volevo di più. Era felice che avessi fondato quel giornale, nella sua, nella nostra città. Ne ha sostenuto la nascita fin dall’inizio. Gli piaceva lo stile, la grinta, la sfrontatezza. Ma anche la dedizione e la serietà dell’approccio. Vi si riconosceva. Ci siamo riconosciuti sempre, anche a distanza di tempo. Anche a distanza, ho sentito sempre su di me, sul mio lavoro, sulla mia parola scritta, lo sguardo severo e attento, ma indulgente e divertito, di un grande cuore e una grande mente, che vegliava su quella sfida all’informazione locale che avevamo lanciato. Oggi, io e questo giornale, ci sentiamo un po’ più soli. Ciao Gino, e grazie di tutto.

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