Salento: crisi e criminalità

 

IL DOSSIER. Usura, estorsione, droga: le attività della Sacra Corona Unita nella relazione della Direzione nazionale antimafia

LECCE – Fa affari la criminalità organizzata salentina e reinveste i proventi dei propri business in una miriade di settori che comprendono il fotovoltaico, il gioco d’azzardo, lo smaltimento dei rifiuti (con il caso “Geotec”), la ristorazione e le strutture alberghiere (nel nord Salento, nella provincia di Brindisi, in Veneto e in Emilia), le imprese edili (in cui gli affiliati alla Scu agiscono come soci occulti e gli imprenditori assumono il ruolo di semplici prestanome stipendiati) e quelle di distribuzione di caffè, con l’imposizione ai gestori degli esercizi commerciali di rifornirsi da aziende mafiose. Lo rileva la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia sulle dinamiche e le strategie della criminalità organizzata. L’esame dell’azione della Sacra Corona Unita, nel periodo di tempo compreso tra luglio 2011 e giugno 2012, ha permesso di ribadire quanto segnalato in precedenti relazioni: la perdurante crisi economica ha “contribuito a enfatizzare il ruolo della criminalità e ad aprire nuovi spazi di intervento”. A confermarlo, la pratica dell’usura, uno dei principali affari della Scu, vista come “soluzione ai problemi economici indotti dalla crisi” e spesso attuata “dalle stesse finanziarie, talvolta non estranee all’ambiente della criminalità”. La statistica delle denunce per usura non è particolarmente significativa. Si tratta di 41 episodi iscritti nel registro delle notizie di reato della Dda di Lecce – in un anno – dei quali 30 con autori identificati. Il dato rivela però tutta la sua inattendibilità quando indica “solo 4 procedimenti riguardanti ipotesi di usura ‘mafiosa’”, cioè una media inferiore a 2 episodi per ciascuna delle province di Lecce, Brindisi e Taranto. Troppo poco per considerarlo “idoneo” a esprimere il reale andamento del fenomeno, ma indicativo della “perdurante sommersione e della rassegnata accettazione da parte delle vittime, che preferiscono pagare silenziosamente – e avere certezza di evitare danneggiamenti – piuttosto che denunciare le condotte cui sono assoggettate”. E’ la strategia criminale di ricerca del consenso che produce una sorta di “assuefatto disinteresse della gente alle manifestazioni criminali, un abbassamento della soglia di tolleranza e la sostanziale accettazione di comportamenti delittuosi, come il pagamento del pizzo o il prestito usurario, ben apprezzato di fronte alla chiusura dei canali bancari”. Analoghe considerazioni per la documentazione statistica del reato di estorsione. Dal 1° luglio 2011 al 30 giugno 2012, sono stati iscritti nel registro delle notizie di reato, 247 delitti “consumati o tentati”, di cui 151 da autori noti e solo 11 dei 247 riconducibili alla criminalità organizzata di tipo mafioso. Si tratta di dati “senz’altro lontanissimi dalla reale entità delle attività estorsive ed è necessario precisare che il numero dei reati con autori identificati e quello complessivo sono fortemente inquinati dalle estorsioni ‘familiari’, cioè dei tossicodipendenti a danno dei genitori o degli altri familiari conviventi. Inoltre, il dato delle estorsioni ‘mafiose’ – solo 11 – riguarda, inverosimilmente, l’intero distretto giudiziario (le province di Lecce, Brindisi e Taranto)” con una media, nell’anno, inferiore a 4 episodi criminali per ciascuna. Un valore troppo basso, anche in questo caso, che risente dei tentativi di inabissare gli illeciti da parte delle organizzazioni criminali. Con usura ed estorsione, “il sistematico taglieggiamento delle attività economiche, reso possibile dalla capacità intimidatrice degli affiliati sul territorio” è la principale fonte di sostentamento dell’associazione mafiosa, pari soltanto al traffico di stupefacenti e allo spaccio. Il mercato della droga è gestito dai gruppi della Scu delle provincie di Lecce, Brindisi e Taranto, dove marijuana e hashish giungono dall’Albania per via marittima: lo dimostrano alcuni sequestri effettuati a bordo di gommoni abbandonati nel brindisino. “Per il trasporto, i trafficanti albanesi mantengono aperta la via del Canale d’Otranto, percorso da imbarcazioni con equipaggi composti da un paio di persone”. Cocaina ed eroina, invece – se provenienti dall’Albania – vengono trasportate di norma “a bordo di autoveicoli, imbarcati su traghetti di linea che approdano nel porto di Brindisi (e anche più a Nord)”. I collegamenti stretti con l’Albania sono emersi da un’indagine nei territori di Casarano e Surbo che ha portato alla cattura di dodici persone, fra italiani e albanesi. “La droga – si legge nella relazione – viaggiava occultata nelle ruote di autocarri che facevano la spola con l’Albania (attraversando il canale d’Otranto a bordo di traghetti diretti a Brindisi) e, all’arrivo in Salento, veniva stoccata in depositi per poi essere avviata, anche nel Veneto, in Toscana e a Roma”. Oltre alle ordinanze di custodia cautelare in carcere per gli indagati, è stato disposto il sequestro “di sei società, la nave-traghetto ‘Veronica Line’ e settantanove autoveicoli (tra tir, semirimorchi, autocarri e autovetture) per un valore di circa 20 milioni di euro. E’ stato, inoltre, accertato anche un traffico di marijuana che si svolgeva lungo la costa adriatica, a Nord di Otranto, a cui erano interessati esponenti della criminalità brindisina e napoletana che si rivolgevano, per le forniture, a quattro diversi gruppi di narcotrafficanti: tre costituiti da cittadini albanesi (parte dei quali era residente nel Salento) e il quarto formato da marocchini domiciliati a Monteroni”. Le indagini si sono concluse nel settembre 2011, con l’applicazione della custodia cautelare in carcere a ventinove persone indagate per associazione per delinquere finalizzata al traffico transnazionale di stupefacenti e per il traffico di oltre settecentocinquanta chili di marijuana, hashish, eroina e cocaina sequestrati nei due anni di indagine. La droga che giunge in Salento, non viaggia però solo sulle rotte dei Balcani. Si è, infatti, accertato anche l’utilizzo di uno “storico” canale di approvvigionamento della cocaina da parte di gruppi leccesi: la Spagna. “Il traffico con l’Italia e con Lecce in particolare, avveniva con autoveicoli guidati da corrieri dell’organizzazione (che occultavano la cocaina nel serbatoio dell’auto) e seguiva il percorso stradale verso la località salentina di destinazione, via Milano partendo da Barcellona e da Malaga”. Infine, il settore dei giochi con le “New slot” e i “Video Lottery Terminal”. La criminalità organizzata altera le schede elettroniche “con la modifica (a danno dei giocatori) delle caratteristiche tecniche, delle modalità di funzionamento e con l’interruzione del collegamento telematico all’Azienda dei Monopoli (a danno dell’Erario)”. Inoltre, a volte, impone ai titolari di esercizi pubblici l’installazione nei bar e nei locali dei propri apparecchi, “tendendo a determinare situazioni di vero e proprio monopolio”. Il fenomeno si è rapidamente diffuso, come risulta dalle indagini svolte dalla Dda di Lecce. Il quadro generale dimostra, secondo la relazione della Dna, la vitalità della Scu, la sua evoluzione strategica e le enormi possibilità di guadagno garantite a tutti gli affiliati grazie al controllo degli affari illeciti e al possibile reinvestimento dei loro proventi, anche in una realtà geograficamente limitata come il Salento. Articolo correlato: Lecce in mano ai clan

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