Teatro in carcere. Io ci provo

LA STORIA DELLA DOMENICA. Lecce. La compagnia teatrale Factory porta il dietro le sbarre. E “dentro e fuori” è solo un questione di prospettive

(le foto si riferiscono al basckstage della scorsa edizione del progetto) LECCE – Chi può dire com’è il “dentro”, se non ci è mai stato? E chi può dire com’è il “fuori” se non l’ha mai visto davvero? E’ banale, ma è solo una questione di prospettive. Da una parte il “dentro”, dall’altra il “fuori”. In mezzo, le sbarre. Di un carcere. Che separano due mondi. Che, però, potrebbero non essere così incomunicabili. Basta volerlo. Lo vuole, ad esempio, la compagnia teatrale Factory, che porta il teatro dentro il cercare e poi invita le persone, quelle che di solito stanno fuori, ad assistere alla magia. “Io ci provo” è il nome del laboratorio/percorso teatrale, che ha ormai sette anni di vita. Il progetto è rivolto ai detenuti della sezione maschile del carcere di Borgo San Nicola di Lecce, ma è nato, nel 2005, con i detenuti del carcere di Taranto. Negli anni è cresciuto e si è sviluppato ed oggi punta alla valorizzazione del rapporto tra individuo e gruppo e alla promozione del teatro come forma artistica da coltivare per promuovere le differenze. I risultati sono sorprendenti. Nell’impegno, nel percorso, nella riuscita dello spettacolo finale. Che si rinnova, ogni anno, come un piccolo miracolo. In fondo, a volte, basta provarci.

Factory

Il progetto sarà presentato ufficialmente il prossimo 14 febbraio alle Manifatture Knos. Dopo la presentazione, prevista per le ore 18, ci sarà la proiezione del video del laboratorio 2012 “Io non sopporto niente e nessuno, nemmeno Spoon River” e successivamente si aprirà la raccolta fondi per sostenere il progetto. Ideatrice del laboratorio è Paola Leone, pedagoga e regista teatrale della compagnia. A lei abbiamo chiesto perché “ci prova”.

Factory 2

Paola, voi proponete il teatro come forma di espressione ed interazione. Che cosa riscontrate, al vostro primo approccio con lo “staff” che porterà in scena lo spettacolo? Cioè: quali sono le principali difficoltà che i detenuti incontrano, quali i principali “blocchi”, quali le “costanti”, se ce ne sono, che si ripresentano ad ogni edizione dell'iniziativa? “Le difficoltà sono quelle di qualsiasi persona che si avvicina per la prima volta al linguaggio teatrale o a qualcosa che non conosce e che gli si chiede di affrontare nel migliore dei modi in breve tempo. Il teatro è fatto anche da regole e, per quanto siano fondate sul gioco, queste regole richiedono fiducia, responsabilità, impegno, fatica e dedizione, tutte cose difficili da ottenere in poche ore, ancor di più in situazioni dove esiste un limite che non si può mai tradire”. Durante gli incontri con i detenuti, quale percezione del “fuori” emerge? “Sinceramente nel nostro gruppo diamo poco spazio a sfoghi o altro che non faccia parte della questione teatro. Ci siamo ripromessi che all'interno del nostro spazio e in quelle ore, che sono già poche, proviamo a concentrarci e confrontarci più con il teatro, che con ‘tutto il resto’ e allora passiamo molto tempo a discutere del testo che porteremo in scena e viviamo tutte le ore di laboratorio, che sono solo due ore e mezza, lavorando. Diciamo che pensiamo al fuori nella misura in cui un giorno il fuori può diventare il teatro del nostro lavoro”. Il vostro progetto offre una doppia opportunità, a chi sta dentro e a chi sta fuori. Come la descriveresti? “E' la possibilità per gli uni e per gli altri di conoscere un mondo che prima si ignorava oltre che esplorare aspetti di se stessi fino a quel momento sconosciuti. Direi che a me piacerebbe avere l'opportunità di darmi una nuova possibilità”. Come sei cambiata da quando hai intrapreso questo progetto? “Ho imparato molte cose, la prima fra tutte è la pazienza”. Come cambiano i detenuti dall'inizio alla fine del “percorso”, ovvero dal primo approccio fino alla messa in scena dello spettacolo? “Realmente vedo la trasformazione il giorno dello spettacolo, quando il lavoro fatto nei mesi precedenti finalmente prende forma. E' lì che può accadere una magia ed è solo in quel momento che puoi scorgere il cambiamento di cui mi chiedi. Quando ciò accade mi sento fortunata ad essere lì spettatrice di quella magia”. Hai un aneddoto o un ricordo che ti è rimasto impresso relativo a questi anni in cui hai portato avanti il progetto teatrale? “I volti sono tanti, le storie e i ricordi cerco di tenerli dentro finché posso. A settembre scorso ero a Taranto per fare il casting di un film e mi sono sentita chiamare ‘Professorè professorè madòòòò’.. girandomi ho visto di fronte a me un uomo. Non ho capito subito chi fosse, poi ho guardato meglio e ho capito che quell'uomo era Dino. Lo avevo incontrato sette anni prima nel carcere di Taranto. Lo ricordavo giovane, magro e con un caschetto biondo alla Nino D'Angelo e adesso lo ritrovavo adulto, brizzolato e con le gote rosse. Pronto a fare il provino. E’ stato bello rivederlo fuori ancora una volta alle prese con la recitazione. Ti posso raccontare, ancora, che la moglie di Rodolfo non smette di vedere il video dello spettacolo dell'anno scorso perché le sembra di avere suo marito a casa”. Chi vi aiuta? Chi vi finanzia? “Il progetto ‘Io ci Provo’ è costoso e adesso che si espande anche fuori lo diventa ancora di più, quindi abbiamo sempre bisogno di aiuto. Quest'anno è finanziato in parte dall'amministrazione penitenziaria, in parte dalla Provincia di Lecce e in parte dalla Regione Puglia, ma la fetta più grossa viene finanziata da Factory, cioè da noi stessi, e da tutte le persone che ci sono vicine e che lavorano gratuitamente per noi, penso ai professionisti che vengono a fare una lezione aperta durante il laboratorio e ai miei collaboratori. Per questo apriremo il 14 febbraio una raccolta fondi che ci aiuterà a mantenere e ad ampliare il progetto”. Quanto fanno la società e le istituzioni per i detenuti? E che cosa bisognerebbe fare? “Per scoprirlo vi invito agli incontri pubblici che si terranno presso le Manifatture Knos dal 14 febbraio fino ad aprile e a far parte insieme a noi di un processo che è tutto da costruire”.

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Per sostenere il progetto “Io ci provo”: è possibile versare una quota libera sul c/c bancario n. 1000/9701; IBAN: IT93Z0335901600100000009701; Intestato a: ASSOCIAZIONE CULTURALE FACTORY COMPAGNIA TRANSADRIATICA, specificando la causale “Progetto ‘Io ci Provo’, presso l’Agenzia/Filiale dell’Istituto Bancario BANCA PROSSIMA filiale 05000 via Manzoni angolo via Verdi, 20121 Milano. Tutte le info: http://www.compagniafactory.com http://www.manifattureknos.org/knos/calendario.php?eventID=194

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