Centrale a biogas a Galatone. I ‘no’ di 5 Stelle

Galatone. Il movimento neretino è nel Comitato che si è costituito contro il progetto e che sarebbe “inutile e dannoso per il territorio”

GALATONE – Una centrale a biogas sta sorgendo in agro di Galatone, in un territorio che confina con Nardò e Galatina. I lavori per la realizzazione del progetto della Renewable Energy sono iniziati lo scorso 2 gennaio e vanno avanti spediti, tanto che la consegna è prevista per il 2 maggio prossimo.

biogas Galatone

Per contrastare la nascita della centrale si è costituito un Comitato Associazioni Ambientaliste Cittadini e Industriali che ritiene l’impianto non necessario, ed anzi dannoso, per il territorio. Del Comitato fanno parte anche enti e movimenti neretini, chiamati in causa in prima persona dal momento che la centrale , pur rientrando in agro di Galatone, è territorialmente più vicina al Comune di Nardò.

biogas Galatone

Il MoVimento 5 Stelle di Nardò, aderente al Comitato, sostiene inoltre che né il sindaco Franco Miceli – che reggeva l’Amministrazione quando il progetto venne protocollato al Comune (il 22 febbraio 2012) – né il suo successore Livio Nisi – in carica quando l’Ufficio tecnico del Comune ha rilasciato la “presa d’atto” dando il via ai lavori (il 27 settembre 2012) abbiano mai informato e coinvolto i cittadini sull’eventualità di autorizzare o meno la centrale.

biogas Galatone

La centrale di Galatone sfrutterà il metano che si sprigiona dalla decomposizione di residui vegetali (mais, loietto, triticale etc.) che interesseranno la coltivazione di 260 ettari di terreno (tra gli agri di Nardò, Galatone e Galatina). I raccolti verranno fatti confluire nell’impianto di Galatone e saranno destinati al processo di decomposizione organica, che tuttavia necessita di “letame-liquame bovino suino” al fine di aumentare la concentrazione batterica, come si evince nella relazione tecnica dell’impianto fatta pervenire al protocollo del Comune.

biogas Galatone

Il Movimento 5 Stelle contesta il progetto in più punti. Eccoli: – la sottrazione di 260 ettari di terreni produttivi a favore di colture rese non ecosostenibili quali il mais, il loietto ed triticale che si troverebbero ad essere inserite intensivamente in luoghi che per caratteristiche pedoclimatiche sono vocati alla coltivazione di colture di pregio. Inoltre è palese che l’industrializzazione delle colture citate nel progetto, richiederebbe forti input energetici (grosse quantità di acqua, lavorazioni eccessive dei terreni, trattamenti fitosanitari con prodotti chimici nocivi all’ambiente e alle colture limitrofe), senza i quali l’impianto di biogas non sarebbe redditizio; – un tale impianto non apporterebbe alcun beneficio economico ed occupazionale all’agricoltura dei comuni interessati: le tabelle ettaro/coltura della Regione Puglia per le colture citate in progetto forniscono un dato di circa 35 ore/ha all’anno, contro le 400 ore di un qualsiasi ortaggio o 500 ore di colture fruttifere; – nella relazione protocollata al Comune ad un certo punto si afferma che “.. l’area di intervento non risulta interessata da particolari componenti di riconosciuto valore scientifico e/o importanza ecologica, economica, di difesa del suolo e di riconosciuta importanza sia storica che estetica…”. E’ singolare fare una simile affermazione quando poi il sito individuato per la sua realizzazione è a ridosso di tale area. Peccato che ci si riferisca solo ed esclusivamente all’ultima fase del processo di filiera (i locali di trasformazione) dimenticando i 260 ha coltivati a monte, dove vengono depauperate le risorse del suolo, dell’ambiente e del paesaggio in generale. E’ già ampiamente dimostrato in letteratura e, dall’esperienza di altre realtà, che una tale soluzione è contro ogni logica agronomica, soprattutto in luoghi come i nostri, ricchi di terroir e biodiversità. Vi è, evidentemente, una contraddizione rispetto ai principi di eco sostenibilità e conservazione ambientale tanto caldeggiati dalle politiche comunitarie; – non è specificato, nella relazione tecnica, la percentuale di “letame-liquame bovino suino” che si utilizzerà insieme alla biomassa vegetale (mais, loietto, triticale). Ci chiediamo: dove sono situate le aziende zooteniche nelle zone di riferimento? Ci risultano essere presenti piccole realtà zootecniche, non sufficienti, probabilmente, a soddisfare i fabbisogni giornalieri del biodigestore. Chi controllerà a questo punto se invece del liquame bovino-suino non arrivi altro tipo di liquame? Come già successo in altre realtà questi impianti hanno raccolto le materie prime a diversi km di distanza, trasformandosi in grossi contenitori di speculazione energetica, con il risultato di essere altamente impattanti per l’ambiente circostante e le comunità che ivi risiedono; – un ulteriore grave problema dovuto alle centrali alimentate a biogas è rappresentato dal fatto che i digestori non riescono a neutralizzare completamente i batteri presenti, soprattutto quelli termoresistenti. Questi batteri sono presenti nel digestato che è lo scarto dei digestori e che viene poi utilizzato per la concimazione dei terreni. Attraverso numerosi studi ed esperimenti alcuni ricercatori del CRPA stanno valutando tutte le conseguenze a livello di proliferazione collaterale di batteri da parte di simili centrali. In Germania addirittura alcuni ricercatori hanno associato l'epidemia di Escherichia coli dell'estate del 2011, che ha causato 18 morti e le migliaia di casi di botulismo osservato negli animali tra l'estate del 2011 e l'inizio del 2012, con la presenza di centrali a biogas.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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