Petruzzelli: Otello, universale metafora della gelosia

Bari. Otello ha inaugurato la Stagione lirica del teatro barese. Un omaggio a Verdi, nel 200esimo anniversario della sua nascita

di Fernando Greco BARI – Un “Otello” minimalista ed evocativo ha aperto la nuova Stagione Lirica del Teatro Petruzzelli, in occasione del 200° anniversario della nascita di Giuseppe Verdi (1813 – 1901).

Otello

Clifton Forbis // Il moderno anti-eroe Molto si è detto sull’”Otello” verdiano, ma ancora nessuno è riuscito a decifrare appieno quella magica alchimia che consentì a un musicista ormai anziano e apparentemente adagiato sul suo sterminato successo, di rimettersi in gioco all’età di 74 anni e a ben 16 anni di distanza dall’ultimo lavoro teatrale, quella trionfale “Aida” con la quale l’autore sembrava aver concluso la sua parabola artistica. Eppure ecco nascere un unicum, un capolavoro di scrittura finissima, così diverso non solo da tutta la precedente produzione verdiana, ma anche da tutta la musica coeva, nei confronti della quale si pone come suprema sintesi e superamento. Le forme tradizionali del melodramma persistono tutte ma dilatate, i pezzi chiusi si aprono per intersecarsi, l’armonia si fa nuova ai confini della atonalità, asintoto sempre sfiorato ma mai raggiunto.

Otello 4

Julianna Di Giacomo e Clifton Forbis Tutto ciò non è mai esercizio intellettuale fine a sé stesso, ma è sempre al servizio del dramma con finalità squisitamente psicanalitiche. Abbandonati per sempre gli stereotipi degli eroi romantici e risorgimentali, Verdi porta a compimento quell’intuizione già presente in “Macbeth” e “Rigoletto” concedendosi una spassionata e modernissima disamina dell’inconscio più profondo dei personaggi, complice il canovaccio shakespeariano. Otello diventa così l’anti-eroe che si annienta con le proprie mani: qui non è più in ballo la forza del destino, ma una folle, cieca e incontrollabile gelosia plagiata dal male che (asserto dalla valenza quasi freudiana) finisce per avere la meglio.

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Claudio Sgura e Clifton Forbis // Luoghi dell’anima Avvezzo al teatro shakespeariano, il regista lituano Eimuntas Nekrosius ha creato per il palcoscenico barese un allestimento che, complici le semplicistiche scene di Marius Nekrosius e i costumi atemporali di Nadezda Gultiajeva, trascende il particolare storico-anagrafico per farsi messaggio universale, lezione di vita e di umanità al di là dei limiti temporali. Lo spazio scenico è occupato per metà da una pedana tonda e obliqua che di volta in volta delimita un luogo fisico che è anche luogo dell’anima, mettendo a fuoco i drammi dei singoli personaggi (molte le analogie di intenti con il cubo rovesciato creato da Graham Vick per l’allestimento scaligero del “Macbeth”). Il light – design di Audrius Jankauskas crea sapienti sprazzi di luce in un contesto fondamentalmente scuro: efficace il duello tra Cassio e Roderigo, in cui le tradizionali spade lasciano il posto a due potenti fasci di luce emessi da due riflettori, o il fazzoletto evocato da una brillante proiezione di forma quadrata, su cui si inginocchia il protagonista durante il suo monologo “Dio, mi potevi scagliar”. Peraltro, dal programma di sala si scopre che l’”Otello” è stata la prima opera di Verdi a essere illuminata da luci elettriche (Teatro alla Scala 1887).

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Keri-Lynn Wilson Tenerissima la scena con i bambini, in cui l’infantile purezza di Desdemona è sottolineata dalla presenza di due candide ali di colomba, che alla fine diventeranno letto nuziale e poi sepolcro. La forza evocativa dell’allestimento di Nekrosius ha sicuramente il suo fascino, sebbene trovi il suo limite quando le metafore diventano troppo complesse e non immediatamente riconoscibili. E’ il caso della stereotipata gestualità, per a naturale, che contraddistingue gli interventi del Coro e spesso anche dei protagonisti. E tutti quei termosifoni? E quegli enormi fardelli trascinati su e giù? Sono cuscini? Sono i sacchi del bottino? Ardua risposta…

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Il coro // L’esecuzione Sul versante musicale va lodata la sfavillante prova della giovane Orchestra del Petruzzelli diretta da Keri-Lynn Wilson, che ha evidenziato con precisione tutti i chiaroscuri di questa complessa partitura. Il tenore Clifton Forbis, avvezzo al ruolo del Moro verdiano, si è confermato ancora una volta interprete di grande levatura scenico-vocale, seppur di volume non straordinario e con una certa stanchezza di emissione, problemi che lo portavano a “spingere” la voce nelle note acute, in ogni caso sempre intonatissime, mentre in alcuni momenti veniva coperto dal turgore orchestrale. Linea di canto perfetta per il soprano Julianna Di Giacomo, che ha cesellato una Desdemona intensa e vocalmente fascinosa.

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L'ultimo atto L’importante ruolo di Jago, personificazione del Male, è stato affidato al baritono Claudio Sgura, voce di timbro spavaldo e piacevole, a cui però l’interiore cattiveria del personaggio è rimasta un po’ estranea, come se questo sia ancora un ruolo da maturare appieno. Fresca vocalità lirica e motivazione scenica per il tenore Francisco Corujo nei panni di Cassio. Il personaggio di Lodovico ha ricevuto la giusta imponenza scenica e vocale dall’interpretazione del basso Luca Tittoto. Il mezzosoprano Sara Fulgoni è stata un’umbratile e commovente Emilia. Efficaci il tenore Massimiliano Chiarolla e il baritono Roberto Abbondanza nei rispettivi ruoli di Roderigo e Montano. Nei panni dell’Araldo il baritono Gianfranco Cappelluti. Ottima la prestazione vocale del Coro del Petruzzelli istruito da Franco Sebastiani, con qualche impaccio scenico. Bravi i bambini del Coro “All’Ottava” diretto da Emanuela Aymone.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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