‘L’ho denunciato. E non ho più paura’

INCHIESTA. Un racconto che ferisce. Dolore che sfuma in consapevolezza. La storia di una donna che si ribella alla violenza del marito. Per sé ed i suoi figli

Donne in balìa della furia dei compagni, condannate all’abuso fisico e psicologico quotidiano. Se l’amore è dannoso, l’uomo che ci è vicino e che consideravamo unico, rischia, prima o poi, di essere anche l’ultimo. E spesso accade, soprattutto quando le mura domestiche diventano il destino a cui non ci si sottrae. La protagonista di questa storia, però, ha resistito. Ha subìto, sofferto e reagito. La incontriamo presso la sede del “Centro Antiviolenza – Renata Fonte” di Lecce, dove è presa “in carico”, e conosciamo la sua vicenda attraverso le parole che ha deciso di mettere nero su bianco, faccia a faccia con la sua storia. Perché oggi, questa donna, grazie anche al sostegno delle operatrici del Centro, non ha più paura. “Mi sono sposata 18enne, già incinta, innamorata e ricambiata (o almeno pensavo fosse così). Poi, dopo il matrimonio, lui si è trasformato e io sono diventata una sua proprietà. Quando nacque mio figlio, volle assistere al parto, ma invece di starmi accanto e tranquillizzarmi in quegli attimi di grande agitazione, preferì schiaffeggiarmi. Solo ora, guardandomi indietro, mi rendo conto che non aveva alcun interesse a condividere quel momento unico e pieno di gioia per la nascita del nostro bambino. Abitavamo con i suoi. Dopo il primo mese di convivenza e, a seguito di una lite per futili motivi, mi picchiò mentre avevo mio figlio in braccio. Terrorizzata, tornai da mia madre. Mi chiese scusa, mi promise che non sarebbe più accaduto e decisi di perdonarlo, anche per amore del bambino. Andammo così a vivere da soli, ma non cambiò a, anzi… la violenza aumentava. Ogni litigio si concludeva con le sue mani addosso a me. Molte volte non tornava nemmeno a casa e se osavo chiedergli dove fosse stato, si tornava a litigare. Una volta, per azzittirmi, mi diede una manata sulla bocca, mentre cambiavo il pannolino al piccolo. Lo lasciai di nuovo e andai a stare da mia madre. Lui tornò a chiedermi scusa e io, per amore suo e di nostro figlio, feci un passo indietro. Andammo un'altra volta a vivere dai suoi, ma la situazione non migliorò. Aveva trovato un lavoro lontano da casa. Partiva e tornava alla fine del mese, ma non riuscivamo comunque a mettere denaro da parte per andare a stare in una casa tutta nostra. Discutemmo sull’argomento, si infastidì e si ribellò contro di me. Tornai per l’ennesima volta dai miei e per l’ennesima volta mi chiese scusa dicendo che voleva stare con me e con il bambino e che aveva trovato un appartamento per stare da soli, in tranquillità. Fu, invece, un disastro. Una sera – non ricordo il motivo perché i motivi erano sempre stupidi – eravamo a letto con il bambino e, durante una discussione, mi diede una testata facendomi uscire sangue dal naso. Spaventata corsi via, ma lui mi raggiunse, mi abbracciò, mi chiese di perdonarlo. E così feci. Poi lui partì per lavoro. Quando era fuori, vivevo serena. Al telefono era sempre gentile e tranquillo, ma, di ritorno a casa, diventava un altro. Le cose cambiarono quando riprese a lavorare dalle nostre parti. La sera, infatti, rincasava ubriaco, intrattabile e violento al punto che avevo addirittura rinunciato a rivolgergli la parola per paura di essere malmenata. Intanto, rimasi incinta del secondo figlio. Una sera, rincasando ubriaco, mi trovò con un amica. Si agitò molto perché ancora non avevo preparato la cena. Mi spinse per terra e iniziò a tirarmi calci. Non riuscivo più a muovermi, ero come paralizzata per metà parte del corpo. Una parente mi accompagnò al Pronto Soccorso. Avevo paura per la mia gravidanza, ma non lo denunciai neanche in quell’occasione. Tornò a lavorare lontano da casa. Ci sentivamo per telefono ed era gentile e affettuoso, l’uomo che amavo, insomma… ma quando rientrava, diventava un mostro. Molte volte gli chiesi come mai, dopo un mese trascorso senza vederci, non sentisse il bisogno di stare bene con me invece di litigare sempre per motivi futili. Mi disse che la causa di tutto ero io e lamentava il fatto di trovare la casa in disordine. Passò del tempo e, stanca delle sue violenze, gli dissi che volevo separarmi perché mi ero innamorata di un altro. Speravo che questa notizia l’avrebbe portato a lasciarmi. E invece no… anzi la sua reazione mi stupì molto. Non ci fu alcuna violenza. Disse che mi amava e che voleva stare con me. Poi mi confessò che anche lui aveva avuto una relazione extra coniugale. Così mi convinse a restare con lui, a mettere da parte i nostri errori e a ricominciare un’altra vita insieme. In realtà, la calma fu solo apparente. Poco tempo dopo, durante un pranzo, mi lanciò con violenza il piatto in cui stava mangiando. Mi colpì allo zigomo e, di corsa al Pronto Soccorso, ci vollero 18 punti per chiudere la ferita. Non lo denunciai nemmeno quella volta anche se, nel tragitto verso l’Ospedale, non facevo che ripetermi che avrei dovuto farlo perché ero stanca di subire. Alla fine, però, non ne ebbi il coraggio e dissi che mio figlio aveva lanciato un giocattolo e mi aveva, inavvertitamente colpita. Non raccontai a nessuno che il responsabile di quello sfregio era mio marito. Mia madre, invece, lo seppe addirittura dal mio bambino, che aveva assistito alla scena e lo riferì alla nonna. Dopo l’episodio, decisi di lasciarlo. Ero risoluta nel compiere questo passo. Andai dall’avvocato. Non avevo lavoro, avevo paura di perdere i bambini e nessuno mi dava coraggio. Lui, però, mi chiese ancora una volta scusa e mi disse che sarebbe cambiato. Invece non cambiò. Era come se, ogni volta, dimenticasse tutte le promesse che mi aveva fatto. Anzi… era come se, ogni volta, fossi stata io a sognarmele. Quindi la colpa era mia. Fra noi tutto tornò come prima: liti, violenze e oggetti che volavano in casa. Una sera, discutendo dei suoi problemi di alcool e droga, afferrò un portacenere di cristallo pesante e me lo tirò addosso. Fortunatamente il lancio andò a vuoto. Un’altra volta mi picchiò in modo così violento che, mentre mi sbatteva ripetutamente la testa contro la spalliera del letto, pensavo che per me sarebbe finita lì. Però fu proprio in quell’occasione che mi feci forza. Gli urlai di lasciarmi stare, presi mia figlia e, ancora in pigiama, scappai da mia madre. Poi tornai indietro a prendere l’altro figlio. Lui, rabbioso, afferrò una statua di gesso per lanciarmela contro. Fu mio figlio a impedirglielo, mettendosi fra lui e me per proteggermi. Quella volta chiamai anche i Carabinieri. Ma poi, di nuovo, lo perdonai. Cullavo sempre la speranza di avere una famiglia come le altre, ma non mi rendevo conto che non avrei mai potuto. A lui bastava averci in casa. I soldi che guadagnava erano spesi per i suoi vizi e, nonostante anche io contribuissi economicamente al mantenimento della famiglia, difficilmente si arrivava a fine mese. Poi, la svolta. Durante una tranquilla serata con i parenti, alzò il gomito e davanti a tutti si scagliò contro di me dicendomi di non rientrare in casa, altrimenti mi avrebbe uccisa. Decisi di ignorarlo, rientrai in casa con i miei figli e non gli rivolsi la parola. Una notte rientrò drogato e fuori di sé. Gli dissi che ero stanca, ma mi chiese di aiutarlo perché aveva contratto debiti. Gli risposi che non volevo stare più con lui e lo accompagnai da sua madre. Io, invece, chiesi aiuto ad alcuni amici per trovare un buon avvocato: volevo separarmi. Mi consigliarono di rivolgermi a Stefania Mercaldi. La contattai e organizzammo un appuntamento: volevo liberarmi di lui, ma senza danneggiarlo. Dopo la lettera di separazione, venne a casa a prendere la figlia. Per un malinteso, arrivò a pensare che avessi lasciato solo l’altro nostro figlio, disse che mi avrebbe uccisa e minacciò che non avrei più rivisto i bambini. Chiamai i Carabinieri, ma lui voleva denunciarmi per abbandono di minore. Fu allora che mi rivolsi al ‘Centro Antiviolenza – Renata Fonte’ di Lecce, dove ho ricevuto aiuto e sostegno per denunciare tutte le violenze negli anni del matrimonio. In passato, avevo paura e nessuno mi dava la forza per farlo. Non avevo mai avuto il coraggio di un passo del genere. Oggi, però, è diverso. Oggi ho conosciuto delle persone speciali – Stefania Mercaldi e Maria Luisa Toto, Presidente del Centro – che mi hanno dato coraggio e hanno risposto alle mie domande. Così non mi sento più sola e riesco ad affrontare tutto. Perché quest’uomo ancora mi minaccia; viene sotto casa mia durante la notte e tira calci alla mia porta. Poi mi dice di pensarci bene a lasciarlo perché mi toglierà i bambini, essendo io disoccupata. In passato avrei avuto terrore della possibilità di perdere i miei figli, ma oggi, grazie al ‘Centro’, so che non sarà così. Sono fiera della mia decisione di andare avanti nel proposito di offrire una vita migliore a me e ai miei piccoli”.

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