Ines Rielli: 'Mai più vittime'

La violenza alle donne ha una connotazione di genere: é esercitata da uomini su donne. Allora bisogna riflettere sul perché di tale violenza si occupino solo le donne

Di Ines Rielli* In questa mia riflessione vorrei partire da una banale constatazione: la violenza di genere, in ogni sua forma – molestie sessuali, stupro, maltrattamenti fisici e psicologici, molestie morali, molestie e ricatti sessuali sul luogo di lavoro – è un discorso politico e sociale. Si inscrive nelle dinamiche relazionali tra uomini e donne derivanti da una asimmetrica distribuzione del potere economico, politico, culturale, giudiziario, sociale, ampiamente legittimata dai dispositivi di controllo. La violenza subita dalle donne ha una connotazione di genere: é esercitata da uomini su donne. E allora, occorre chiedersi, perché di tale violenza si occupano solo le donne? Basta andare in una qualsiasi conferenza sul tema, leggere i nomi degli autori degli articoli di stampa, seguire i talk show in tv, per rilevare che, a parte rare eccezioni, ad interrogarsi sulla violenza di genere sono soprattutto le donne. Se ci si sofferma su questo dato esso appare del tutto paradossale. E’ come se riguardasse solo le donne, è una questione di donne. Questo è, penso, l’unico ambito in cui a chi subisce violenza viene demandata la riflessione e l’elaborazione delle politiche, delle strategie e degli strumenti di contrasto. E’ come se, per fare un facile esempio, la riflessione sul fenomeno dello scippo in strada, fosse interamente delegata a chi subisce lo scippo e non ad un’analisi, politica, culturale, sociale, antropologica, economica, ecc., che veda protagonisti tutti gli attori sociali del territorio. La violenza sulle donne riguarda le donne, dicevamo, e soprattutto alcune donne. Gli episodi di cronaca, ormai quotidiani, vengono vissuti come lontani da noi, dalle nostre relazioni, ascrivibili a una qualche patologia individuale o sociale, ad arretratezza culturale, ad avventatezza, ecc. Questa visione accomuna donne e bambini in una percezione collettiva che li vede deboli, “minori” appunto, da proteggere, tutelare, da parte di un’autorità, di un’istituzione. Anche le campagne pubblicitarie contro la violenza sulle donne mostrano donne sole, senza potere, vittime, ripiegate su se stesse. Spesso camminano sole in strade buie, oppure sono a tutto schermo con il volto tumefatto. L’uomo raramente compare, tutta l’attenzione si concentra sulla vittima e non sugli autori maschi. Sembra che la violenza avvenga in un luogo neutro, asettico, sorprendente, e non dentro relazioni nelle quali il maschile, sostenuto da dispositivi di giustificazione politici e culturali, si sente legittimato a usare violenza. Le conseguenze dirette di questa visione della violenza di genere si vedono nelle risposte che vengono date a seguito di cruenti fatti di cronaca: risposte repressive, emergenziali, xenofobe e razziste quando sulla scena compaiono i migranti. Tali reazioni confermano e sostengono una visione della violenza di genere come eccezionale, patologica, legata all’immigrazione, ecc. Insomma una visione che non interroga il nostro quotidiano, non interroga la visione politica del corpo femminile così come viene trasmessa dalla televisione, dal vocabolario sessista usato nella narrazione. A tale proposito mi viene in mente come sia stata trattata dai media Federica, la ragazza sedicenne trovata morta sulla riva del lago di Bracciano il 1 novembre 2012. Descritta come una ragazza ribelle, strana, epilettica, drogata, figlia di genitori separati. Incasellata nella logica della devianza adolescenziale, questa morte “naturale” di una giovane donna alla fine serve a confermare la rappresentazione che alle “brave” ragazze, che stanno a casa e non vanno in giro di notte, queste cose non succedono. Ho citato questa storia per dire che anche quando dicono che non ci sia stato stupro né omicidio, sulle donne scattano i meccanismi interpretativi maschilisti. Ricapitolando, nell’immaginario comune, la violenza di genere è una questione che riguarda alcune donne e avviene in contesti eccezionali. Si tratta di una rappresentazione che non coinvolge la soggettività maschile, il modo in cui i maschi sono in relazione con le femmine, la sessualità maschile: riguarda il corpo delle donne non quello degli uomini. Il maschile di fatto si sente autorizzato nel nome della forza, della virilità, dell’azione, di una sessualità vissuta come incontenibile, bisognosa di sfogo e sganciata dalle relazioni, di un corpo maschile che non può accettare una definizione di sé in cui il corpo dell’altra è pari. Potremmo a questo aggiungere che non può accettare l’abbandono da parte dell’altra, vero e proprio cataclisma del sé virile. E allora, il corpo straniero, la prostituta, vengono in soccorso a sostegno di un sé che ha bisogno della potenza del denaro per pensare di dominare lo scambio relazionale tra i generi. Il discorso sulla prostituzione, o, più in generale, sul rapporto con le donne migranti, non è un altro discorso, è lo stesso discorso. Rinvia agli stessi meccanismi di potere e sopraffazione del corpo dell’altra, in una parola, ancora, rinvia alle forme identitarie della sessualità maschile. E’ inscritto nelle stesse dinamiche relazionali tra maschile e femminile, nell’incapacità maschile di confrontarsi col femminile, di accettarne l’autonomia, di riconoscere che si può anche essere dipendenti in una relazione con l’altra. Il maschile non riesce ad accettare che l’altra si sganci dal ruolo di vittima, affermi la propria soggettività, interroghi la soggettività maschile, chieda una riflessione politica sulla violenza di genere, sveli i meccanismi impliciti di complicità tra i maschi violenti e la maggioranza che, pur non essendolo, condividono lo stesso universo simbolico maschile, inchiodi, gli autori della violenza di genere, i maschi, alle proprie e uniche responsabilità. Vorrei rendere più esplicito questo discorso. Lo farò utilizzando una figura letteraria, la Draupadi proposta da Mahasweta Devi. “Draupadi, catturata e violentata per tutta la notte da chissà quanti soldati, su ordine del loro capo Senanayak: “Fatevela. Fate tutto ciò che è necessario…”, sta per essere condotta, al mattino “dopo il breakfast…”, davanti a lui. “… Il trambusto è tale che sembra che l’allarme sia suonato in una prigione. Senanayak esce dalla sua tenda sorpreso, e vede Draupadi nuda che cammina verso di lui nell’accecante luce del sole, la testa alta. Dietro di lei arranca nervosa la guardia. Cos’è questa cosa? Sta per abbaiare. Draupadi gli viene più vicina. E’ in piedi con le mani sui fianchi, ride e dice, – L’oggetto della tua ricerca, Dopdi Mejhen. Gli hai detto, fatevela! Non vuoi vedere cosa mi hanno fatto? – Dove sono i tuoi vestiti? – Non se li vuole mettere, sir, li ha strappati. Il corpo nero di Draupadi gli si fa ancora più vicino. Draupadi è scossa da una risata indomabile che Senanayak, semplicemente, non può capire. Le sue labbra tumefatte sanguinano non appena comincia a ridere. Draupadi si asciuga il sangue col palmo della mano e con una voce che dà così tanto sgomento da poter dividere il cielo, e così tagliente da poter sembrare un ululato, dice, – A che servono i vestiti? Tu puoi spogliarmi, ma mai mai rivestirmi. Sei forse un uomo tu? Si guarda intorno e sceglie lo sparato dell’ampia camicia bianca di Senanayak per sputarci sopra un grumo di sangue e dice, – Qui non ci sono uomini di cui io debba vergognarmi. Non ti consentirò di coprirmi. Cos’altro potresti farmi? Avanti, (in)kontrami – (in)kontrami! Con i suoi seni maciullati Draupadi dà una spinta a Senanayak, e per la prima volta Senanayak ha paura, ha una paura tremenda di stare in piedi davanti a un obiettivo disarmato”. Perché ho voluto riportare questa storia? Perché in essa c’è tutto il maschile del “Fatevela. Fate tutto ciò che è necessario…”. Necessario a cosa? All’affermazione del potere maschile esercitato con la forza più bruta. Ma c’è anche un femminile che ribalta il concetto di vittima: “Draupadi nuda che cammina verso di lui nell’accecante luce del sole, la testa alta” di fronte al quale il maschile non ha idea di come agire se non arrancando “Dietro di lei arranca nervosa la guardia”. Il maschile non ha un vocabolo per nominare la non vittima e difatti: “sta per dire … Cos’è questa cosa?”. Draupadi capisce il non detto e risponde: “L’oggetto della tua ricerca, Dopdi Mejhen. Gli hai detto, fatevela! Non vuoi vedere cosa mi hanno fatto?”. Lo sfida dando una risposta, dicendo il suo nome e cognome, mostrando cosa la “ricerca” ha prodotto sul suo corpo. Sfida ancora una morale che vuole si vesta, che si vergogni dopo lo stupro “Dove sono i tuoi vestiti?”. Una morale ipocrita che prima violenta e poi vorrebbe rivestire: “Tu puoi spogliarmi, ma mai mai rivestirmi”. E poi, usando il linguaggio della virilità maschile: “Sei forse un uomo tu? … Qui non ci sono uomini di cui io debba vergognarmi. Non ti consentirò di coprirmi”. Accettare di essere coperte da chi ci ha massacrato vuol dire permanere dentro un universo simbolico comune, vuol dire accettare di essere curate dallo stesso sistema che ha determinato la violenza. Draupadi lo sa e sottrae al torturatore ogni forma di giustificazione. E infine, lo schiaffo più grande: “Cos’altro potresti farmi? Avanti, (in)kontrami – (in)kontrami!”. Tutto si rovescia, il mondo si capovolge, ad aver paura ora è il violentatore. *donna, psicologa, esperta in teorie e pratiche di genere

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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