Acquatina. Maniglio e Bellanova: ‘Spreco di denaro pubblico’

Frigole. I due esponenti del Pd chiedono all’Università se sia ancora interessata al progetto ed al Comune di aprire un tavolo tecnico

FRIGOLE – Sarebbe dovuto essere un Centro di ricerche per la pesca e acquacoltura ed avrebbe dovuto attivare, nel contempo, un monitoraggio ambientale del bacino e del tratto di mare lì vicino. Tanto prevedeva, perlomeno, il progetto dell’Università del Salento. Invece oggi la struttura “Acquatina” di Frigole versa nell’abbandono più totale. Antonio Maniglio e Teresa Bellanova, vicepresidente del Consiglio pugliese e deputata, entrambi del Pd, sollevano la questione, denunciando “un esempio eclatante di sperpero del denaro pubblico che non può più essere tollerato”.

Acquatina Frigole 2

L’area sarebbe dovuta diventare un fiore all’occhiello della città di Lecce e del Salento, con una struttura produttiva altamente innovativa e in grado di creare reddito e occupazione e dare vita ad un modello di tutela ambientale e di valorizzazione produttiva attraverso la gestione integrata del territorio e delle risorse. “E’ fin troppo facile mettere a confronto un progetto così ambizioso con la dura realtà”, commentano i due esponenti del Partito democratico. “E siccome lì sono state spese risorse pubbliche rilevanti (l’ultimo finanziamento della Regione è stato di 500.000 euro) – aggiungono – è necessario fermarsi e decidere di imboccare una nuova strada”. Maniglio e Bellanova chiedono dunque se l’Università di Lecce, che ha in gestione l’area del bacino, sia in grado di portare avanti il progetto iniziale, se abbia altre idee e, soprattutto, se sia ancora interessata alla gestione della struttura. “Noi ci attiveremo nelle sedi istituzionali per chiedere chiarimenti e far assumere impegni agli organi di governo – si legge in un comunicato -; ma è qui, nel Salento, che occorre decidere che osa si vuole fare. Sarebbe opportuno, pertanto, che il Comune di Lecce mettesse intorno a un tavolo Università, Provincia e Regione per valutare insieme il ‘da farsi’. Senza escludere a. Perché delle due l’una: o si trovano le risorse per recuperare l’esistente e completare l’opera altrimenti è bene valutare anche l’ipotesi di affidare l’area del bacino a imprese private che vogliono investire nell’acquacoltura e nella ricerca. L’unica cosa che non si può fare, dopo aver speso tanti soldi, è lasciare l’acquatina nello stato di abbandono in cui si trova”.

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