Punti di primo intervento. Le emergenze? Solo part time

Mola di Bari. Oggi la manifestazione contro la chiusura notturna del servizio. A Lecce su quattro “punti”, due lavorano a metà orario. E rischiano la chiusura

MOLA DI BARI – Il punto di primo intervento chiuso di notte ed un turista, colpito da edema, che non ce l’ha fatta. E’ accaduto a Mola di Bari poche settimane fa, a fine agosto. Naturalmente nessuno può dire se, trovando il servizio funzionante anche nelle ore notturne, l’uomo si sarebbe salvato. Ma il dubbio c’è. E la domanda rimbalza, dalla notte della tragedia, tra i cittadini del Comune del Barese e non solo. Il punto di primo intervento è stato chiuso un anno fa, su disposizione del commissario straordinario della Asl di Bari Angelo Domenico Colasanto (delibera n.1498 del 23 agosto 2011). Assieme ad altri sei, a Polignano, Noci, Locorotondo, Alberobello, Ruvo e Grumo. Il motivo: la scarsa attività. Oggi in piazza XX Settembre a Mola (a partire dalle ore 20) si terrà una manifestazione di protesta contro la chiusura notturna dei punti di primo intervento. Una questione che riguarda la provincia di Bari, ma non solo. Perché anche in provincia di Lecce è accaduto qualcosa di simile. Nella Asl di Lecce ci sono in tutto quattro punti di primo intervento. Due sono “punti di primo intervento ospedaliero”, ovvero hanno sede all’interno dell’ospedale, e si trovano a Poggiardo e Nardò. Gli ospedali in questione sono in fase di dismissione ma, dal momento che alcuni reparti sono ancora funzionanti, anche i punti di primo intervento lo sono. Per l’intera giornata, 24 ore su 24. Quando gli ospedali chiuderanno definitivamente, si deciderà che farne. Gli altri due punti di primo intervento sono “territoriali”, cioè sono presenti sul territorio, distaccati dai nosocomi. Si trovano a Gagliano del Capo ed a Campi Salentina (leggete qui per conoscere la questione). Ma se prima erano aperti 24 ore al giorno, adesso hanno dimezzato le ore di attività, restando aperti dalle 8 alle 20. Perché? Perché lavoravano poco. Cioè: siccome i punti di primo intervento non sono molto utilizzati, allora meglio chiuderli dopo le 20. E se dovesse capitare un’emergenza in piena notte? A questa domanda risponde Maurizio Scardia, dirigente del 118 nella Asl leccese. “Se dovesse verificarsi un’emergenza in piena notte, il paziente dovrebbe chiamare il 118, che è dotato di una rete molto ben organizzata, la quale permette, paradossalmente, un intervento più rapido e più efficiente”. Ma se è più sicuro chiamare il 118, allora a che cosa servono i punti di primo intervento? Domanda cruciale. Perché, come ci spiega Scardia, il dimezzamento degli orari di apertura dei punti di primo intervento territoriale di Gagliano e di Campi Salentina è stato disposto dopo aver realizzato un monitoraggio sulla loro attività. “Abbiamo verificato che si occupavano per il 99,9% di codici bianchi e verdi (i casi meno gravi, ndr), ovvero quelli di competenza della Guardia medica. Addirittura i cittadini vi si rivolgevano per la misurazione della pressione e simili. Quindi stiamo attualmente verificando se sia il caso di passare le competenze dei ppst (punti di primo soccorso territoriale) alle Guardie mediche. Quante prestazioni al giorno erogano i punti di primo intervento territoriali oggi? “Quello di Campi Salentina, che è il più affollato, circa due o tre prestazioni al giorno, quindi tra le 100 e le 150 al mese”. Il “passaggio” di cui parla Scardia tuttavia non può essere semplice né immediato, perché i medici di Guardia medica (che sono dei medici di base) stanno dando poca disponibilità a prendere in carico il nuovo servizio e, dunque, le nuove responsabilità. E non hanno torto. Come ci dice Gino Peccarisi, consigliere dell’Ordine dei medici di Lecce, già responsabile della Commissione per la Guardia medica presso l’Ordine, i medici di continuità assistenziale non sono formati per le emergenze. Né lo sono le strutture di Guardia medica, che non dispongono dell’attrezzatura necessaria per fronteggiare i “casi gravi”. Dottor Peccarisi, ha senso chiudere i punti di primo intervento perché non utilizzati? “Non ha senso perché se un punto di primo intervento non è utilizzato dobbiamo solo ringraziare il cielo ed esserne felici. Ma questo non significa che il servizio non abbia utilità; al contrario, deve rimanere lì, dove si trova, a disposizione dei cittadini e delle loro emergenze. E le emergenze non hanno orario o periodo dell’anno preferiti. Capitano e basta. Quindi, la domanda potrebbe essere: perché chiudere un punto di primo intervento di notte e non di giorno”? In che modo si può garantire la “copertura” in caso di emergenza, nelle ore di chiusura del punto di primo intervento? “Se ne vorrebbe attribuire la responsabilità ai medici di continuità assistenziale, la Guardia medica, ma questo non è possibile ed inoltre non è giusto. I medici di Guardia medica non sono abilitati a fronteggiare le emergenze; a loro spetta occuparsi dei codici bianco e verde, ovvero i casi meno gravi. Ma in caso di emergenza, non sono attrezzati né abilitati per intervenire. Ciò non significa che non lo sappiano fare, ma che non lo possono fare. Non hanno l’attrezzatura necessaria e non possono garantire la presenza in sede per tutta la notte. Il medico di Guardia medica, infatti, può essere chiamato a domicilio e quindi assentarsi per un certo periodo. Come farebbe ad intervenire se si dovesse verificare un’emergenza proprio in quel lasso di tempo”? Quali possono essere gli effetti di queste scelte sul territorio? “Il primo effetto è una cattiva gestione delle emergenze, quando sappiamo che, molte volte, la sorte del paziente può dipendere strettamente dalla velocità e dall’efficacia dell’intervento. Inoltre, se le emergenze dovessero diventare prerogativa dei medici di continuità assistenziale, naturalmente adeguatamente formati e solo dietro loro richiesta, ciò comporterebbe un intasamento del presidio di Guardia medica, che dunque non potrebbe intervenire con la stessa urgenza di oggi. Infine mi chiedo come sia possibile sostenere la carenza di organico se nessuno ha mai contato i medici presenti sul territorio”. In che modo si potrebbe avere conferma della mancanza di medici? “Solo tramite un censimento delle forze attive; fino a che ciò non avverrà, sarà impossibile compiere scelte ponderate ed efficaci per il buon funzionamento della sanità”. Immaginiamo che il censimento ci sia stato e che abbia rivelato una effettiva carenza di personale. Come si potrebbe ovviare al problema? “Chiamando in causa le istituzioni centrali e prendendo, di concerto, i giusti provvedimenti. Ad esempio si potrebbe rendere più facile l’accesso alla professione, a cominciare dalle iscrizioni alle Università di medicina, oggi, come è noto, a numero chiuso. In tal modo ci sarebbero più medici da impiegare anche nelle emergenze. E poi cercherei di evitare di pubblicizzare sulle reti nazionali Università di medicina straniere con succursali in Italia: è un inutile invito a disperdere cervelli e capitali all’estero. Cerchiamo di fare il punto sulla reale condizione della sanità italiana e locale. Guardiamoci dentro e valutiamo l’effettivo bisogno di medici e strutture. Io non credo che ci sia quest’eccessiva carenza di colleghi. E, se imparassimo a razionalizzare le risorse umane ed economiche, riusciremmo, senza ‘tagliare’, anche a far fronte alla necessità di una spending review, che oggi è diventata la giustificazione per ogni azione in politica come in sanità”.

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