Elezioni. Nella predica della chiesa non vale la reciprocità

Lecce. Il vescovo di Lecce ha fatto rivolto un appello al buon agire ai canditi cattolici. Sta adesso ai candidati fare altrettanto

di Giacomo Grippa LECCE – Non ha fatto mancare la raccomandazione al retto agire, il vescovo di Lecce, indirizzata ai candidati delle prossime amministrative. Un richiamo – ha dichiarato – al disinteresse, alla lealtà, all'attenzione per i non garantiti, senza voler invadere lo spazio della politica, senza esprimersi sui programmi, ma solo per sollecitare la “qualità” dei comportamenti degli aspiranti nuovi amministratori cattolici. Il capo della Curia che si definisce “annunciatore di verità” precisa che, in analogia al significato della venuta sulla terra del messia, la terra va amata, di essa occorre occuparsi, senza silenzi o diserzione. Mi sarei aspettato, di conseguenza, un suo concreto pronunciamento, un contributo sulla formulazione di scelte utili allo sviluppo sano della nostra città. Su questa pastorale elettorale si sono registrate le prime critiche, non da parte di laicisti o atei, ma di autorevoli esponenti dell'Università, credenti, a cui l'intervento del presule è risultato “inopportuno”, quasi pleonastico, in quanto i principi richiamati rappresenterebbero patrimonio comune, valido per ogni cittadino, indipendentemente dal proprio credo o concezione della vita. Da parte mia, pur preferendo escludere interventi della gerarchia anche quando fossero ritenuti opportuni, ricordo, in ossequio al dovere di astensione, sancito nell'art. 7 della Costituzione, che i poteri dello Stato e della Chiesa vengono qualificati come “autonomi e sovrani”, due società, cioè, perfette, senza che una si sovrapponga o supplisca l'altra. Il vescovo tiene a sensibilizzare i candidati cattolici a fare salvo il riferimento alla Casa del Padre, alla Casa di Dio, che su questa “terra” è rappresentata dalla Chiesa, quasi a considerarli prima credenti che cittadini. Su questo aspetto ricordo come l'ex-abate Franzoni – ridotto a divinis, cioè licenziato in tronco dall'esercizio sacerdotale per aver appoggiato, nel referendum del 1974, la difesa della legge sul divorzio – rispose all'invito a non peccare di superbia e di ritornare come il figliol prodigo nella casa del Padre. Si tratta del metodo utilizzato tutte le volte che si mira a delegittimare il libero pensiero o di critica. Giovanni Franzoni precisò che la Casa del Padre non era la Casa dell'Amore, per la presenza in questa anche del fratello, meschino e invidioso. Per il valore della “reciprocità, sempre invocato dalla gerarchia nel rapporto con gli Stati e le altre confessioni, sarebbe opportuno che anche ad essa un politico o un candidato rivolgesse un appello per un solidale, generalizzato impegno contro i vari mali che insidiano ogni comunità, ogni realtà laica od ecclesiale.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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