La Passione. Catechismo ‘incappucciato’ da spettacolo

Taranto. Processioni appaltate e turismo religioso. La Chiesa e l’Università non si chiedono se sia giusto somministrarli ai minori in formazione

Di Giacomo Grippa TARANTO – Continua a fare scandalo a Taranto l'appalto indetto dalla chiesa locale per i figuranti che, “incappucciati“, secondo la vestizione degli appartenenti alla congreghe, sfileranno in processione con le varie statue, protagoniste del racconto sulla “Passione”. La tradizione, dal periodo spagnolo, è fatta risalire a quando un nobile, Francesco Antonio Calò, regalò le statue di Gesù morto e dell'Addolorata, per la sfilata nel “venerdì santo” a sue spese. La generosità a cui spingeva la fede della classe dirigente degli aristocratici è un altro miracolo non smentibile. Dopo Calò per i costi della manifestazione, insufficienti le libere offerte, si passò all'appalto per chi dovesse esibirsi con le statue, con cifre sempre più consistenti. Era un ulteriore titolo d'onore l'aggiudicarsi le statue più rappresentative come quelle citate, per componenti già dell'onorata società locale, ma il priore, Antonello Papalia, responsabile, ha assicurato che vengono associate solo persone con la “fedina penale” senza nei. Una sorta di “certificato antimafia” con cui, come ben sappiamo, si tengono al riparo le aggiudicazioni degli appalti pubblici. Ma fededegna resta infine l'intervista, rilasciata alla stampa dal docente in storia del Teatro dell'Università del Salento, Luigi Santoro, dal cognome che è già una garanzia: “La spettacolarizzazione dei riti… non sminuisce per niente l'aspetto della fede, ma anzi gli conferisce una valenza maggiore”. Sui motivi dei riti il Santoro precisa che sono tre: “religioso, perché rappresentano un momento di preghiera e partecipazione collettiva nel ricordo della Passione; turistico perché in tanti accorrono; didattico, perché vengono trasmesse ai giovani le tradizioni o le vicende dell'epoca”. Dopo le assicurazioni di Papalia, potremmo dire “parole sante” per un Santoro che pratica il metodo non della verifica e ricerca storica, ma della conferma sulla valenza maggiore” di questo spettacolarizzato “aspetto della fede”. Si corre anche questo rischio per chi, come lo scrivente, vorrebbe “stanare” i pedagogisti e sentirli sulla inopportunità o problematicità dell'insegnamento catechistico “somministrato” ai minori in formazione. Ma i gesuiti sapevano bene che chi arriva per primo ad incidere sulla loro psiche è a metà dell'opera.

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