Un processo di tre anni per un ovetto di cioccolata

Donato, 20enne di Taranto, è stato assolto dall’accusa di aver rubato un ovetto da 1,40 euro. Ma ora rischia di non poter partecipare al bando per entrare in Marina

Quanto può costare un ovetto di cioccolata? Nella realtà un euro e quattro centesimi, per la kafkiana giustizia italiana molto di più. Donato, un diciottenne di Taranto come tanti, di una famiglia normale come tante, il 4 agosto 2009 è a Montedarena, una località balneare del tarantino e si ferma presso un carretto ambulante per comprare un ovetto di cioccolata. Lo prende e aspetta il suo turno. Ma per il commerciante quell’ovetto Donato voleva rubarlo, così chiama i carabinieri e, nonostante l’incredulità delle Forze dell’ordine, che mettono a verbale come il fatto risulti non verosimile, sporge denuncia. Affronta così un processo che dura tre anni, i cui costi, per la macchina della giustizia, tra notifiche, atti, personale impiegato di segreteria e per la stenotipia, magistrati, avvocati, cancellieri e tasse per il protocollo, sono nell’ordine delle migliaia di ovetti. Ops, di euro. Lo scagionano i suoi pantaloni alla moda, a vita bassa e talmente stretti da “impedire l'intromissione nella tasca di un uovo di cioccolato”. Il pm chiede l’assoluzione, perché quei pantaloni a vita bassa proprio non potevano consentire al diciottenne di nascondere l’ovetto sotto la cintura, come affermava l’ambulante che lo aveva denunciato. Per il ragazzo è la fine di un incubo. La fine di uno dei 3 milioni 318.246 processi che ogni anno vengono celebrati in Italia: una cifra quasi uguale a quella dei nuovi fascicoli che il litigioso popolo italiano fa aprire sui tavoli dei pm. Fascicoli che saranno passati al vaglio da 2.103 pubblici ministeri e 2.481 giudici (più altri 828 occupati anche nel civile), i quali nel dibattimento avranno a che fare con un esercito di 230mila avvocati (record europeo). E nonostante i magistrati italiani siano tra i più produttivi nell’Unione europea, riuscendo a smaltire oltre 1.200 processi ciascuno, rimangono 3,29 milioni di procedimenti arretrati. Una storia amara e paradossale, quella di Donato, ora di 20 anni e prossimo alla maturità, perché in questi tre anni, se la giustizia italiana ha dovuto sostenere un costo esorbitante rispetto al presunto dolo, Donato dal canto suo ha dovuto rinunciare a due “scaglioni” dei tre previsti per la sua classe d’età per poter partecipare al bando che consente l’accesso alla carriera da sottufficiale della Marina militare. Una delle poche possibilità di poter lavorare in una terra, la Puglia, che registra una disoccupazione giovanile del 34,6% contro la media italiana del 31%. Ora rimane il terzo “scaglione”, l’ultima possibilità per Donato, e la domanda per potervi accedere scade il 30 aprile prossimo. Ma Donato potrà iscriversi solo se la sentenza passerà in giudicato. Dal 27 marzo, giorno della firma del dispositivo di assoluzione, è partito dunque il conto alla rovescia, che Donato vivrà col batticuore perché in questi 30 giorni si deciderà il suo futuro. La giudice Cristina De Tomasi infatti, che ha assolto Donato perché il fatto non sussiste, si è preso 30 giorni di tempo per depositare la sentenza invece dei soliti 90 giorni, dimostrandosi così sensibile alle richieste del ragazzo che tramite il suo avvocato Gianluca Pierotti ha anche posto all’attenzione della giudice il testo del bando di concorso. “C’è poi un’altra soluzione – spiega l’avvocato – ossia che l’Ufficio della Marina accetti comunque la domanda, in attesa della pubblicazione delle motivazioni, per non bruciare così, per sempre, una opportunità di lavoro stabile per Donato”. Il quale non riceverà una parcella da migliaia di euro, assicura l’avvocato, perché, questo sì, “mi sembrerebbe aggiungere ingiustizia ad ingiustizia”. In linea teorica dal 30 aprile in poi la famiglia potrebbe decidere di chiedere alla presunta parte offesa il risarcimento del danno subito da un ragazzo che, shockato dalla vicenda, si emoziona a parlare anche solo per telefono. Ma adesso non ci pensa. Aspetta il 30 aprile per poter voltare pagina per sempre e sostituire i pantaloni a vita bassa, che pure lo hanno salvato, con la divisa da marinaio. (da “Il Fatto quotidiano” del 29 marzo 2012)

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