Sotto casa

Un errore fatale, difficile da rimediare. Vasca e vapore. Un nuovo litigio al telefono. E poi trovare il modo di dormirle vicino

Ruotò la manopola dell’acqua calda e il vapore che ne venne fuori riempì la stanza. Era stata una serata pesante, avevano litigato e lui sapeva che doveva lasciarla stare con se stessa, senza importunarla, per un po’ di giorni. Ma come era possibile? Lui la amava, la amava tanto e non riusciva a farsene una ragione. Voleva chiarire, sentirla, voleva stringerla ancora, ancora una volta. Era fatto così: non gli riusciva di vivere senza di lei. Gli piaceva tanto vapore nella stanza, gli piaceva sentirsi coccolato dal vapore. In fondo era l’unica compagnia che poteva permettersi. Gli piaceva rimanere a mollo per almeno quaranta minuti, durante i quali leggeva, rifletteva, si abbracciava da solo. Gli piaceva tanto abbracciarsi e chiudersi in se stesso. Tutto ciò che era fuori da quella porta non gli interessava. Prese la spugna e, con tenerezza infinita, si accarezzò il corpo. Nei giorni precedenti aveva pensato di fare l’amore con un uomo. Voleva solo sentirsi amato e non gli importava più se con la sua donna o fra le braccia di un uomo. Erano solo dettagli, in fondo. Amore, cercava amore. Non un amore a buon prezzo, a lui interessava sapere che le braccia che lo stringevano non erano disinteressate. Poi aggiunse un po’ di crema doccia e si frizionò con più brio. Ci mise cura nel vestirsi, non voleva apparire sciatto ai suoi occhi, per questo scelse la camicia celeste aderente e un maglioncino in lana pettinata che gli calzava a pennello. Sciarpa che faceva pendant e giubbino giovanile. Aveva necessità di apparire più ragazzo. Le Timberland blu scamosciate a chiudere sotto un paio di jeans rossicci. Era bello. Senza far rumore uscì di casa, senza avvisare sua madre e si avviò da lei. Per strada l’auto prese una curva larga e lui si spaventò a morire. Pensava alle sue forme morbide e alla sua malinconia, pensava ai suoi occhi verdi di marzapane e alle volte che lo aveva amato teneramente, alle volte che si erano concessi. Lui non aveva occhi che per lei e per la sua infinita dolcezza di fiore. Un tuono lo riportò sulla strada. Sorrise a pensarla – non poteva farne a meno – e schiacciò sull’acceleratore. Non ci sperava in una conciliazione in tempi brevi: lui, senza volerlo, l’aveva fatta grossa. Un gran bel casino. Nonostante tutto era ottimista, avrebbe cercato di non recedere da quel terreno conquistato, avrebbe fatto di tutto per non fare passi indietro. Per questo la chiamò. Lei esordì con una serie di rimproveri e maledisse il tempo passato insieme. Maledisse lui e quanti come lui. Non se la prese. Lui la amava comunque. La amava qualsiasi cosa gli dicesse. Chiudeva gli occhi e la ricordava nei suoi giorni migliori. Così, fra le lacrime, fece anche quella notte. In fondo era una situazione che si era cercato. Per questo parcheggiò sotto casa sua, sotto la sua finestra ancora illuminata e non le disse a. Chiuse l’auto e sdraiò il sedile: avrebbe dormito comunque con lei vicino.

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