30 giorni

Il cuore che batte, una chiamata persa e un paio di calze rosse, come il sentimento, in una vetrina in centro

Se solo tu potessi leggere fra le pieghe del mio cuore, ne troveresti di buona musica e di spazi in cui vivere abbracciati. Ma tu non ci sei, tu non sei e io non sono più, dopo l’altro. Posai la mia Mont blanc sul Moleskine e i pensieri iniziarono ad accavallarsi, le emozioni che si sovrapponevano alle emozioni e il mio batticuore che pretendeva le sue ragioni. Io ero da solo e non sapevo cosa fare, in quella lunga giornata di gennaio. Lei mi aveva lasciato per un altro, poi era ritornata sui suoi passi e, senza pensarci due volte, con un candore di bimba diafana, mi aveva detto: sarà la solita cotta! E io cosa potevo fare? L’avevo amata sopra ogni cosa e sopra ogni cosa la ponevo quando mi trovavo a fare delle scelte. E tutte le scelte ruotavano intorno alla sua immagine di donna e madre, per le sue forme morbide che non mi lasciavano respirare di solitudine. Era divenuto un rapporto malato, morboso, fatto di distanza e coccole non dette. Era divenuto un cerchio dantesco senza possibilità di sogni a breve termine. Solo la musica mi teneva compagnia in sua assenza. In sua assenza? A pensarci bene era la presenza a creare il problema. Presenza. Presenza. Cos’era la presenza e come poteva differire dall’assenza? Nulla aveva senso: io la vedevo comunque, mi bastava chiudere gli occhi oppure aprirli durante la vita quotidiana, mentre tutto mi scorreva sotto il cuore. Inforcai il paltò e mi calai il cappuccio sulla testa. Volevo stare da solo. A piedi verso il centro, nascosto come un lebbroso e con le cuffie ad ascoltare l’mp3. Freddo. Freddo per strada e freddo nel mio cuore ma la scelta era stata fatta e io le avevo regalato gli ultimi trenta giorni del nostro rapporto. Ne erano trascorsi sei e io mi sentivo morire ma sapevo che quella era l’unica strada percorribile. La sera prima, sul tardi, lei lo aveva chiamato e lui non aveva risposto all’appello. Per la prima volta nella loro storia lui aveva detto no. Eppure solo il giorno prima lei gli aveva detto che lui non sarebbe stato credibile se un giorno le avesse detto che era deciso a troncare. Invece era ritornato sui suoi passi e il count down era ripartito. Ventiquattro giorni, ancora ventiquattro. Le vetrine luccicanti e i suoi passi a fare da contrasto, le lacrime a fiotti ad accarezzarlo dolcemente mentre, su una vecchia canzone di Baglioni – via -, i suoi pensieri tornano a ciò che erano stati, a tutte le notti trascorse ad amarsi di carezze, a tutte le notte passate a giurarsi l’amore per sempre. E il per sempre era durato il tempo di un addio, il per sempre che non voleva andar via. Poi vide in vetrina un paio di calze rosse da camera in cotone sfilacciato. Era dello stesso rosso fuoco che gli ardeva in quell’istante, nello stomaco, fra i battiti delle farfalle e le suole erano piene di gommini a forma di cuore. Voleva comprarle a tutti i costi e metterle fra i regali che un giorno le avrebbe consegnato. Il giorno in cui tutto si sarebbe chiarito, il giorno che non ci sarebbe stato mai. Aveva messo da parte una serie di regali, con il tempo e si era promesso di darglieli, un giorno, ma ora il tempo stava per scadere, lui le aveva giurato che il loro amore sarebbe durato solo trenta giorni. Per questo acquistò le calze e le mise da parte. Un sorriso apparve sulle sue labbra.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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