Accesso al credito. Poli: 'Dallo Stato aiuti più equi'

Roma. Cresce la difficoltà per le imprese ad ottenere i finanziamenti richiesti. La battaglia del Grande Sud: agevolare il rapporto banche-piccola imprenditoria

ROMA – Già la scorsa settimana abbiamo trattato il tema della difficoltà di accesso al credito delle piccole e medie imprese. Proprio perché l’argomento è fortemente sentito abbiamo voluto ascoltare sull’argomento anche la senatrice Adriana Poli Bortone, cofondatrice di Grande Sud, che nel luglio 2009 ha presentato un Disegno di Legge in merito, il n. 1729, finalizzato ad agevolare i rapporti della piccola e media imprenditoria con il sistema del credito.  Il provvedimento da me proposto – afferma Poli Bortone – mira a riequilibrare, in termini sociali e di solidarietà territoriale, l’impegno che lo Stato ha profuso verso il sistema bancario. E sulla possibilità di introdurre una fiscalità di vantaggio a favore delle aree sottoutilizzate dice: “ E’ una battaglia che Grande Sud conduce da sempre”. Le piccole e medie imprese, soprattutto quelle del Mezzogiorno, si trovano sempre più in difficoltà. Questa tendenza è confermata dagli ultimi dati, diffusi da Confcommercio-Imprese per l’Italia alla fine dello scorso anno, secondo i quali risultano in aumento ( dal 29,6% al 34,4% ) le imprese che ottengono un finanziamento inferiore rispetto a quello richiesto ovvero non vedono totalmente accolta la loro richiesta e diminuisce (dal dal 55,8% al 49,8%) la quota di imprese che riescono a ottenere interamente l’aiuto richiesto. È inutile dire che gran parte di esse sono presenti nel Mezzogiorno. Lei, in merito, ha presentato già due anni e mezzo fa un Disegno di Legge. Cosa propone per ovviare ad una situazione di “ difficoltà” fortemente cristallizzatasi negli ultimi anni? “Il provvedimento da me proposto mira a riequilibrare in termini sociali e di solidarietà territoriale (tanto decantata dalla legge sul federalismo fiscale) l’impegno che lo Stato ha profuso verso il sistema bancario. Intervento necessario che, però, non ha prodotto, come si sperava, una maggiore operatività del sistema bancario a supporto del sistema economico-produttivo. O meglio, ha prodotto un’operatività del sistema bancario a favore solo di un certo tipo di soggetti imprenditoriali (perché per avere un quadro puntuale della situazione degli impieghi bisognerebbe fare un’analisi disaggregata dei dati per territorio e per tipologia di imprese, mentre i dati ci vengono forniti sempre in modo aggregato). Con l’articolo 1 vengono individuate le imprese che potranno beneficiare dell’agevolazione finalizzata a consentire alle stesse di avviare operazioni di consolidamento delle passività a breve con il sistema bancario. Più precisamente tali imprese sono quelle ricadenti nelle aree individuate dal regolamento CE n. 1083/2006 del Consiglio d’Europa. Con l’articolo 2 viene disciplinato il carattere delle agevolazioni a favore delle imprese che potranno avvalersi di un piano di consolidamento della durata massima di sette anni, con preammortamento massimo di due anni, ad un tasso di interesse non superiore all’euribor a 3 mesi maggiorato di un punto percentuale. Sul piano di consolidamento le imprese potranno richiedere un contributo in conto interessi pari all’ammontare dello spread applicato all’operazione. Per favorire l’applicazione delle agevolazioni l’articolo 3 prevede una convenzione tra l’ABI e le banche operanti sul territorio. L’articolo 4 prevede, infine, la costituzione di un fondo di garanzia a presidio delle operazioni di consolidamento delle passività a breve che verranno poste in essere”. Nel suo disegno di legge, presentato in Commissione Finanze il 29 luglio 2009, faceva già riferimento, nella relazione illustrativa , ad una situazione economica fortemente critica, caratterizzata dalla riduzione dei consumi, dalla crescita della disoccupazione e dalla notevole vulnerabilità del sistema delle piccole e medie imprese. A distanza di due anni e mezzo la situazione è notevolmente peggiorata. L’inerzia della classe politica, negli ultimi anni, rispetto alle problematiche sopra citate è sotto gli occhi di tutti. Tale immobilismo è forse la causa principale di un default dato nel recente passato per imminente ed ora forse scongiurato. Adesso dopo aver salvato l’Italia (almeno così sembra) bisogna farla crescere. E’ imminente, a tal proposito, l’arrivo in Senato del Decreto Liberalizzazioni. Quale è il suo giudizio in merito?  “Come ho già detto in passato la struttura economica italiana ha una sua specificità e le liberalizzazioni vanno attuate in tempi brevi ma con equità ed attenta gradualità. All’Europa e’ giusto adeguarsi, ma in tutto: dalle farmacie alla giustizia, dai servizi pubblici locali, all’accoglienza.  E’ necessario per intenderci intervenire anche sui grandi monopoli, che frenano la crescita. Personalmente sto conducendo una battaglia contro gli assurdi privilegi delle grosse compagnie petrolifere a danno dei consumatori, del fisco e dei piccoli imprenditori del settore, ma devo dire non ho trovato molta disponibilità da parte del Governo”. Negli ultimi anni si è fatto molto spesso riferimento alla previsione di un regime fiscale “vantaggioso” per le aree depresse del Mezzogiorno al fine di stimolare l’impresa, gli investimenti e l’occupazione. Il forte e crescente carico impositivo è individuato, anche nel suo disegno di legge, come uno dei fattori di decrescita del nostro sistema economico. In che misura l’evasione fiscale, annoso problema italiano e non solo meridionale, è diretta conseguenza dell’elevata pressione fiscale o è da addebitare ad un retroterra culturale tipicamente italiano? “Quella sulla fiscalità di vantaggio per le aree sottoutilizzate è una nostra battaglia da sempre, abbiamo chiesto invano al precedente Governo di agire in tal senso, ma senza avere riscontri. Lo abbiamo fatto anche con il Governo Monti, al quale abbiamo chiesto da subito di mettere in atto una verifica, una “due diligence”, sulla situazione economica del Mezzogiorno. Ci sono state aperture da parte del ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, staremo a vedere se dalle parole si passerà ai fatti. In merito all’evasione fiscale penso sia necessario sfatare un tabù ossia quello che ad evadere siano soprattutto i meridionali. Tutte le statistiche dicono il contrario, 2/3 dell’evasione si concentra infatti al centro-nord. Almeno su questo dobbiamo essere tutti uniti e smetterla sempre di disegnare il Sud peggio di come è nella realtà. Anche su questo fronte comunque il Governo sembra essere particolarmente attivo, al di là di alcune operazioni che potrebbero sembrare propagandistiche, come i blitz. Staremo a vedere anche su questo come si comporterà l’esecutivo. Di certo in Parlamento i 14 esponenti di Grande Sud continueranno a vigilare e stimolare i ministri competenti”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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