Provare a vivere

Che cosa sarebbe successo, dopo quell’abbraccio? Questione di amore, vero. E di scelte

Mi hanno chiesto di parlare d’amore. Perché rispolverare antichi malanni, se non per il gusto di una notorietà da Narciso? In fondo mi ero quasi abituato alla solitudine e alle abitudini malsane di rientrare presto la sera, un bacio alla moglie, la doccia veloce e qualche minuto da dedicare ad un libro prima di addormentarmi. Ma lei mi chiede di parlare d’amore e io resto fiacco. Perché parlare d’amore fra tanto silenzio? Capirebbero? Capirebbero cos’è l’amore? Perché il mio non è l’amore convenzionale, fatto di pucci pucci fra le lenzuola, il mio è l’amore vero, quello che ti giunge appena fra un sorriso e i suoi silenzi sofferti, quello che alla mail che non ti aspettavi rispondi di getto senza renderti conto che bisognava omettere tante verità, che bisognava tralasciare tanti sospiri. Quella sera mi giurai che non l’avrei toccata né fatta partecipe delle mie emozioni malate, del mio essere così disturbato, per questo mi avviai da lei con una sana malinconia che mi stringeva il cuore. Quella sera io non ci sarei stato o meglio, sarei stato solo corpo morto. Sapevo come difendermi, in fondo la psicologia comportamentale doveva pur servirmi a qualcosa, per questo appena scesi dall’auto mi misi le mani in tasca. La salutai con un sorriso stanco – e lei capì da subito che qualcosa non andava -, e iniziai a chiederle di lei, del suo nuovo lavoro, della sua vita. Sfiduciata e distante, mi aggiornò sugli ultimi eventi, sulle nuove sofferenze quotidiane, sul tempo che trascorreva inesorabile e su ciò che ero stato. La strada buia e il vento freddo mi aiutarono a camuffare gli occhi gonfi, prossimi ad esplodere di pianto e gioia per averla, ancora una volta, vicina. Non potevo dire a al riguardo e mi ero ripromesso di non lasciar trasparire alcun segnale dal mio corpo magro – in quei tempi l’amore mi faceva soffrire – e così fu per un’intera mezz’ora. Mezz’ora sotto un porticato che ci riparasse dal vento. Mezz’ora frustrante di continui riprendermi e di un self control che non potevo riconoscere. Il vento gelido – e la mia maglietta sottile -, se da un lato mi aiutavano, dall’altro mi creavano disagio. Un forte disagio: anche lei aveva freddo. Parlammo ancora e discorremmo senza fermarci, come ai vecchi tempi e come ai vecchi tempi i miei occhi la guardavano per quello che era: Dio. Dio nei suoi capelli sottili e le sue braccia piene, il suo corpo morbido e leggero. Le movenze impacciate. Dio nel suo amarmi da lontano, di quelle notti piene d’amore e di sesso insieme. Poi i pensieri che rientravano nel turbinio delle azioni e le mie fermezze che iniziavano a venire meno, le miei solitudini a dominare la scena. Poi le chiesi di abbracciarla, non potevo, diversamente. Le chiesi un abbraccio, solo uno. Le promisi che non mi sarei spinto oltre, glielo giurai. Un abbraccio di poche frazioni di secondi, questo le chiesi, e se lo feci era perché volevo che anche lei ritornasse ad amarmi, anche solo per un attimo. Il tempo di un respiro. Lo cerco ancora, la notte, quell’abbraccio. A volte provo ad immaginare cosa sarebbe successo dopo. A volte provo a vivere.

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