‘Decreto salva carceri’. Mantovano: ipotesi che non regge

 Roma. L’ex sottosegretario agli Interni è molto critico nei confronti del provvedimento del ministro Severino approvato in Consiglio

ROMA – Il sovraffollamento delle carceri italiane è un problema non più procrastinabile. Secondo i dati diffusi alla fine dello scorso anno i detenuti sono 68.527 (di cui 25.164 stranieri) a fronte di una capacità di 45.817 posti. Solo nel 2011 si contano 154 morti, di cui 53 per suicidio. A ciò si aggiungono le precarie condizioni igienico-sanitarie che caratterizzano molti penitenziari e l’incapacità delle strutture di custodia cautelare di fornire assistenza psichiatrica a chi ne ha bisogno. Per non parlare dei crescenti casi di pestaggio o situazioni di totale abbandono medico-sanitario che hanno portato al decesso di alcuni detenuti. Ultimo caso quello di Gregorio Durante, 34 anni, originario di Nardò ma detenuto nel carcere di Trani, morto la mattina del 31 dicembre scorso per un attacco cardiaco. Su questo caso è in corso l’indagine della magistratura. Il problema deve essere affrontato globalmente, mettendo da parte la logica del “tampone”, tipica della nostra classe politica ma, anche, propria del nostro bagaglio culturale. E invece proprio a questa logica ha fatto ricorso il ministro della Giustizia Paola Severino in merito al “Decreto salva carceri” approvato dal Consiglio dei Ministri prima della pausa natalizia. Un provvedimento fortemente criticato dai vertici della Polizia, soprattutto nella parte in cui prevede di trattenere, per i primi due giorni, gli arrestati nelle camere di sicurezza presenti nelle stazioni di Polizia e dei carabinieri. “Un’ipotesi che non regge – afferma l’ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano – perché non è il caso di distrarre, più di quanto già avvenga per altri compiti impropri, poliziotti e carabinieri dall’attività di controllo del territorio e dall’azione di contrasto alla criminalità”. Il decreto legge dello scorso 22 dicembre affida alle forze di sicurezza la custodia degli arrestati per i primi due giorni dopo l’arresto. Il provvedimento è stato però fortemente criticato dai vertici della Polizia. Quale è la sua posizione in merito? “Il vice capo della Polizia, il prefetto Francesco Cirillo, ha posto in merito delle questioni che meritano di essere considerate col massimo dell’attenzione. Qui non c’è a di ideologico ma molto di sostanziale. Cominciamo col dire che le celle di sicurezza sono esistite fino a venti anni fa quando si decise di chiudere questa esperienza negativa. La ragione principale della loro dismissione fu che, per usare un eufemismo, erano poco dignitose per le persone che venivano arrestate. I presidi di polizia costruiti negli ultimi venti anni non prevedono al loro interno le camere di sicurezza. Quelle invece presenti nei vecchi presidi sono state adibite a ripostiglio proprio perché essendo stanze estremamente piccole non possono prestarsi ad altro. Ora, immaginare di dare un contributo, anche piccolo, alla soluzione del problema del sovraffollamento carcerario con il riutilizzo delle stanze di sicurezza significa non avere idea di che cosa sono state e di che cosa siano adesso. E il bilancio in questo senso rischia di essere pesantemente negativo perché chi viene arrestato, diversamente da ciò che avviene in carcere, avrebbe a disposizione, in certi casi, non più di due metri quadrati. Normalmente queste stanze non hanno finestre e, ovviamente, essendo inserite in strutture destinate ad altri fini, non ci sarebbe neanche la possibilità per gli arrestati di fruire, come invece avviene in carcere, di qualche minuto d’aria. Poi in carcere, con tutti i limiti delle strutture penitenziarie, esiste un’assistenza sanitaria continua che invece nelle camere di sicurezza non verrebbe garantita. Ancora in carcere c’è un personale, a cominciare dalla polizia penitenziaria, che è stato formato ed addestrato per svolgere quel tipo di funzione mentre nei comandi dei Carabinieri o della Polizia si dovrebbero costringere poliziotti e carabinieri a fare ciò per cui non sono stati formati, inclusa la fornitura del vitto agli arrestati. Tutto questo in un momento in cui per una serie di ragioni ci sono forti lacune di personale su un fronte e sull’altro. Quindi credo non sia il caso di distrarre, ancora più di quanto già avvenga per altri compiti impropri, poliziotti e carabinieri dall’attività di controllo del territorio e dalla lotta contro la criminalità per far fare loro, seppur per un tempo limitato, gli agenti penitenziari”. Il sovraffollamento delle carceri è un problema che richiede ormai una soluzione definitiva e non dei provvedimenti tampone come avvenuto negli ultimi anni. Allo stesso tempo nell’affrontare la questione bisogna necessariamente garantire il mantenimento della sicurezza pubblica. In questi giorni è stata rilanciata, per ovviare al problema del sovraffollamento, l’ipotesi dei braccialetti elettronici che costano milioni di euro. Non sarebbe invece più opportuno, e forse anche meno dispendioso, recuperare dal punto di vista edilizio e del rispetto delle norme di sicurezza alcuni penitenziari chiusi, forse frettolosamente, in passato? “Le dico una cosa di più. Negli ultimi due anni, in attuazione del piano straordinario di edilizia penitenziaria, sono stati resi disponibili, rispetto ai posti esistenti, ulteriori 2mila posti per i detenuti. Ciò non risolve sicuramente il problema ma rappresenta un avvio non proprio marginale di soluzione dello stesso. Il motivo per il quale questi spazi non vengono riempiti è la carenza d’organico. Ora, poiché per questo ‘Decreto salva carceri’ sono state comunque messe a disposizione delle somme, perché non si utilizzano tali risorse per fare invece un reclutamento straordinario, per recuperare gli idonei dai concorsi già conclusi, insomma per immettere il personale necessario a consentire l’utilizzo di questi 2mila posti in più? Bisogna partire da un presupposto, che è bene chiarire a scanso di equivoci: la popolazione detenuta in Italia in rapporto alla popolazione residente è la più bassa del mondo. Quindi il problema non è che ci sono troppi detenuti in rapporto alla popolazione italiana, ma che ci sono pochi posti disponibili. Poiché il dato è strutturale, anche se si fa un indulto ampio come è stato fatto nel 2006 l’effetto dura pochi mesi e si ricomincia daccapo. Il problema può essere risolto solo strutturalmente, aumentando la dotazione di mezzi, spazi e uomini. Noi avevamo iniziato in questa direzione e qualcosa eravamo riusciti a fare. Anche se molto si sarebbe dovuto ancora fare. Dovendo spendere dei soldi, e svariate decine di milioni di euro sono state impegnate a sostegno del ‘Salva carceri’, non vedo perché non debbano essere spese in questa direzione. La questione del braccialetto è partita male ed è proseguita peggio, nel senso che fu fatto un accordo tra il Ministero dell’Interno e il Ministero della Giustizia quando ministri erano rispettivamente Enzo Bianco e Piero Fassino. Questo accordo si è rivelato purtroppo un flop per una serie di ragioni, non ultima una prevenzione di riserva da parte dell’Autorità Giudiziaria. In 12 anni di attuazione di questa misura credo che i detenuti che abbiano fruito del braccialetto siano stati non più di dieci con uno spreco enorme di risorse. Il costo ammonta al netto a 60 milioni di euro. Poiché credo che le decisioni sul futuro debbano basarsi anche sulla riflessione del passato sarebbe opportuno che non si disperdessero ulteriori risorse”. Il senatore Maritati del Pd, relatore in Senato di questo decreto, ha annunciato la presentazione di un emendamento che permetterebbe al poliziotto o al carabiniere che esegue l’arresto di poter decidere la sorte dell’arrestato (carcere, camere di sicurezza, domiciliari) informando sempre tempestivamente il pubblico ministero. Quale è il suo pensiero rispetto a questa proposta e soprattutto, quando il decreto legge arriverà in Parlamento per essere convertito in legge, quali modifiche proporrà il Pdl al testo? “A nostro avviso, le risorse vanno impegnate per riempire i vuoti di organico della Polizia Penitenziaria. Questa è l’emergenza numero uno. Riguardo alla questione delle camere di sicurezza debbo dire che in questi giorni mi sono confrontato con molti colleghi, anche del Pd, che hanno espresso notevole contrarietà sull’ipotesi di una loro reintroduzione. Quindi, con le fortissime riserve di Pd e Pdl mi chiedo come possa passare un provvedimento del genere. Questa previsione non regge e va modificata. L’ipotesi di arresti domiciliari al momento dell’arresto è un’ipotesi invece allo studio. Ovviamente questa deve essere praticabile perché se l’arrestato è un extracomunitario clandestino dove lo si mette agli arresti domiciliari? Lo stesso discorso vale per le persone che sono lontano da casa o non hanno fissa dimora. Ecco perché la sua effettiva applicazione dovrà essere adattata alla realtà esistente. Però una cosa è certa: le camere di sicurezza non solo non sono la soluzione ma rischiano anche di creare ulteriori problemi”. E sul possibile emendamento di Maritati? “Non credo che un poliziotto vada caricato di ulteriori responsabilità decidendo dove mandare l’arrestato. Non gli compete. È una decisione che riguarda il giudice. Caricarla sul poliziotto significa esporlo a denunce e rischi che assolutamente non devono essere posti a suo carico”.

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Info sull'autore

Salvatore Ventruto

Giornalista pubblicista. Ossessionato dal dubbio, prigioniero della curiosità.

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