Sinfonica. Il primo ‘Fuoco d’artificio’

Lecce. Il virtuoso del violino Ugo Ughi per l’inaugurazione della Stagione della Ico “Tito Schipa”

di Fernando Greco LECCE – La serata inaugurale della Stagione Sinfonica della Fondazione ICO “Tito Schipa” di Lecce ha visto trionfare sul palcoscenico del Politeama Greco di Lecce il violinista Uto Ughi, musicista rinomato in tutto il mondo. Per il grande virtuoso si è trattato della prima collaborazione assoluta con la nostra Orchestra Sinfonica, diretta per l’occasione da Marcello Panni che, anche in qualità di direttore artistico, ha impaginato un programma di tutto rispetto. Dopo l’ideale ouverture costituita dalla celeberrima “Romanza in Fa magg. Op. 50” di Beethoven, è stato eseguito l’altrettanto celebre “Concerto in Mi min. per violino e orchestra Op. 64” di Mendelssohn, che rimane a tutt’oggi una delle pagine più famose che siano mai state scritte per violino solista. L’Orchestra ha poi concluso la serata con il poema sinfonico “Tasso: lamento e trionfo” e la “Rapsodia Ungherese n.2”, entrambi brani di Franz Liszt: a Liszt ed al suo virtuosismo “trascendentale” è dedicata questa stagione, denominata “Fuochi d’artificio”, in occasione del bicentenario della sua nascita. // Il Romanticismo felice Definito da Mila il “versante felice del Romanticismo”, Felix Mendelssohn (1809 – 1847) trascorse un’esistenza, seppur breve, molto diversa da quella che in genere contraddistingue le biografie di altri musicisti coevi. Di famiglia agiata, ben presto arbiter degli ambienti musicali europei, lontano dai tormenti di un Beethoven o dai tumulti di uno Schumann, Mendelssohn infuse nella sua musica una misurata raffinatezza, un composto senso del bello che di romantico avrà certo l’affettuosità e il sentimento, ma mai gli eccessi della passione. Questo equilibrio caratterizza anche il Concerto per violino e orchestra, che deve la sua bellezza e la sua celebrità a una brillante inventiva tematica associata al formidabile virtuosismo solistico. L’esecuzione leccese si è distinta primariamente per il sapiente gioco delle parti tra solista e orchestra, un impasto sonoro dai mille colori in cui tutti i timbri hanno avuto modo di emergere, trasmettendo intatta la bellezza della partitura. Dal canto suo, Ughi ha suonato con quella musicalità da fuoriclasse che tutto il mondo gli riconosce, facendosi perdonare qualche difetto d’intonazione. Bis a grande richiesta con un infuocato “Paganiniana”. // Il virtuosismo trascendentale di Liszt La seconda parte della serata è stata dedicata a Franz Liszt (1811 – 1886), pianista celeberrimo in tutta Europa nonché compositore rinomato per l’estrema difficoltà delle sue partiture pianistiche. Con Liszt si introduce un nuovo concetto di virtuosismo per cui l’articolata combinazione dei suoni non è soltanto mero tecnicismo, ma diventa linguaggio poetico, esprime esperienze psico-sensoriali e stati della coscienza. Si parla a tal proposito di virtuosismo “trascendentale”, con cui il musicista precorre l’impressionismo, infondendo una ventata di novità anche alle partiture sinfoniche. Con lui nasce il genere del “poema sinfonico”, composizione che parte da uno spunto poetico cercando di evocarne quegli stessi sentimenti. E’ il caso di “Tasso: lamento e trionfo”, eseguito per la prima volta a Weimar nel 1849 come ouverture al “Torquato Tasso” di Goethe. In seguito, l’autore lo rielaborò aggiungendo come fonte letteraria l’omonimo poema di Byron: al “Lamento” iniziale, riferito all’incomprensione di cui Tasso fu vittima da parte dei suoi contemporanei, succede il “Trionfo”, ovvero la gloria da parte della posterità. La versione definitiva partirebbe da un tema dedotto da una canzone che Liszt avrebbe udito a Venezia da un gondoliere sui versi della “Gerusalemme Liberata”. La “Rapsodia Ungherese n.2” rappresenta una delle sei Rapsodie Ungheresi orchestrate da Liszt rispetto alle originarie diciannove scritte per pianoforte in onore dei moti rivoluzionari per l’indipendenza dell’Ungheria dall’Austria. In particolare questa seconda corrisponde alla dodicesima scritta per pianoforte. Il palese riferimento alle struggenti melodie tzigane e la travolgente stretta finale hanno riscaldato ancora una volta il pubblico, che ha tributato il giusto consenso all’impeccabile esecuzione delle due pagine lisztiane da parte della nostra Orchestra.

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