Sanità salentina ferma al palo

Lecce. Molti contratti scadranno il 31 dicembre. Dal 1° gennaio non si sa. L’esigenza è tagliare i costi e garantire i servizi. Un binomio che sembra impossibile

LECCE – E’ una sanità che si interroga ma non trova risposte. Alle prese con la necessità di stringere la cinghia e intanto garantire l’assistenza alle persone. Ed è una sanità al collasso, dove a è certo – i rapporti di lavoro, la scadenza dei contratti, i servizi essenziali ai pazienti – tranne l’affollamento dei reparti e la mancanza di personale che si traduce in orari lavorativi estenuanti per i medici e in mancanza di copertura per prestazioni anche fondamentali. La Asl di Lecce, come le altre Asl pugliesi, è ferma al palo. Ed ha pochi mesi per studiare una strategia di ripresa. Oggi l’azienda sanitaria leccese conta in tutto 8.586 dipendenti a tempo indeterminato, ma avrebbe bisogno di almeno 403 altre unità lavorative (la stima è della stessa Asl). Per questo, nei giorni scorsi ha fatto richiesta alla Regione di deroga per l’assunzione di 173 dipendenti a tempo indeterminato; la valutazione dell’istanza è in corso in queste ore. L’ok di Via Capruzzi darebbe il via alle procedure concorsuali per l’assunzione del personale mancante. Poi ci sono i dipendenti a tempo determinato. Sono la fetta più piccola degli assunti, ma sono quelli alle prese con i maggiori problemi. Scade il 31 dicembre 2011 la proroga del contratto per quei medici – circa 30 – che non sono stati licenziati come previsto dalla sentenza della Corte Costituzionale (la n.68) che ha impugnato la legge regionale 4/2010 sulle stabilizzazioni, giudicandola illegittima in più articoli; sono rimasti “in vita” in nome della loro “utilità” nei reparti, ma ancora non si sa che fine faranno a partire dall’1 gennaio. Sorte contraria è toccata alle sette figure professionali – tra biologi, psicologi, c’è anche un ingegnere – considerate “non necessarie” e dunque licenziate in tronco dal 1° settembre 2011; sono alle prese con una battaglia legale contro la Asl nei confronti della quale hanno presentato ricorso. “Salvi” i 120 infermieri che, stando alla sentenza della Corte Costituzionale, avrebbero perso il lavoro. Si tratta di quei 120 che avevano contratto a tempo presso la Asl Lecce ed assunzione in ruolo fuori dal Salento; la Consulta ha ritenuto illegittimo, tra gli altri, anche l’articolo che permetteva al personale a tempo indeterminato presso aziende o enti del servizio sanitario nazionale ma in servizio a tempo determinato al 31 dicembre 2009 presso un´azienda o ente del servizio sanitario della Regione Puglia, di restare in Puglia a tempo indeterminato; secondo la Consulta, dunque, gli infermieri interessati da questa casistica avrebbero dovuto fare ritorno nella sede presso cui avevano ottenuto il contratto di ruolo, ma da quelle sedi si erano già licenziati, nella prospettiva di ritornare nel Salento. La Asl di Lecce, in questo caso, appellandosi all’art. 19 del Contratto collettivo nazionale di lavoro, ha accettato di mutarne il contratto, che inizialmente era un contratto di stabilizzazione, in un contratto di “mobilità volontaria”, accogliendone di fatto la domanda di trasferimento; i 120 sono così stati regolarmente reintegrati con contratti a tempo indeterminato e vedono salvo il proprio posto di lavoro. E poi ci sono i “supplenti”. Sono circa 20 gli infermieri attualmente impegnati nella sostituzione di colleghi assenti con contratti a tempo determinato della durata di sei mesi; in graduatoria, in attesa di un posto per sei mesi, ci sono circa 900 infermieri. “Il vero problema è il blocco del turn over – dice Silvio Cataldi, responsabile provinciale Funzione pubblica Comparto sanità Cgil -; quando un medico va in pensione non viene sostituito ed il posto rimane vacante con la conseguenza che si creano condizioni di lavoro al limite del collasso ed il servizio offerto non è di qualità. Inoltre non ci sono professionalità per sostituire le dipendenti in gravidanza, seppure la legge lo imponga”. Attualmente sono circa 30 le dipendenti in gravidanza e quindi altrettanti i posti vuoti. “Ciò avviene – commenta Cataldi – perché il Piano di rientro stabilisce che nel 2011 non si possa superare il 50% della spesa sanitaria del 2009, per contratti a tempo determinato e quindi per le sostituzioni a termine, come quella per maternità”. “Garantire il rinnovo del contratto ai sanitari dopo il 31 dicembre 2011 significherebbe incidere pesantemente sulla spesa della Asl e acuire ulteriormente il debito regionale – spiega Giuseppe Melissano, funzione pubblica Cisl – rendendo di conseguenza inefficace il Piano di rientro elaborato. Tuttavia servono soluzioni e risposte urgenti”. Il discorso è analogo sul terreno delle internalizzazioni. La procedura si è conclusa positivamente per gli addetti alle pulizie che non rischiano più il proprio posto di lavoro. Ma il problema resta in piedi per centinaia di lavoratori, come i circa 50 impiegati negli spazi comuni (come la cura del verde pubblico, l’attività di portierato), i dipendenti del servizio 118, i circa 100 dipendenti del servizio ticket e del Cup. Tutti in attesa di sapere quale sarà il loro futuro a partire dal 1° gennaio. Con la prospettiva di internalizzare questo personale la Asl di Lecce ha dato vita alla società in house Sanità service Asl Le, ma secondo uno studio dell'Università del Salento sui costi della società a parità di prestazioni e personale, i costi aumenteranno di due milioni, rispetto ai 16 milioni circa che rappresentano il costo sostenuto fino ad oggi. E allora come si farà a tagliare i costi e intanto garantire i servizi, soprattutto una volta che sarà cessato il rapporto con gli internalizzati, e soprattutto in quei delicati reparti in cui la mancanza di personale significa la mancanza del servizio? La risposta spetta alla Asl e alla Regione. Nella speranza che sia quella definitiva e che non metta a rischio il diritto alla salute dei cittadini.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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