Carcere invivibile. Risarcito un detenuto

Lecce. Il giudice Luigi Tarantino ha riconosciuto, nei confronti di un tunisino, “lesioni della dignità umana” e disposto un risarcimento di 220 euro

LECCE – L’amministrazione penitenziaria è stata condannata a risarcire i danni per la lesione della dignità e dei diritti di un detenuto del carcere di Borgo San Nicola, l’istituto di pena alle porte del capoluogo salentino. E’ questa la decisione, ritenuta non a caso epocale, del Tribunale di sorveglianza di Lecce, che ha accolto parzialmente il ricorso presentato da un detenuto tunisino, rappresentato dall’avvocato Alessandro Stomeo del foro di Lecce. E’ la prima volta che questo tipo di ricorso viene presentato dinanzi al Tribunale di sorveglianza. Nel giugno scorso il penalista leccese aveva presentato, come legale di circa una quarantina di detenuti italiani e stranieri, altrettanti ricorsi contro l'amministrazione penitenziaria per il trattamento disumano e degradante registrato nel carcere leccese, chiedendo un indennizzo pari a circa 600 euro per ogni mese di reclusione, come risarcimento del danno morale e fisico subito. I ricorsi erano stati presentati anche sulla base di una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che, nel luglio del 2009, aveva condannato l'Italia a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui era stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia, dividendo una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali aveva trascorso oltre 18 ore al giorno. La Corte, nella sua decisione, aveva rilevato come la superficie a disposizione del detenuto fosse molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura, che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. Dati che ricordano molto da vicino quelli di Borgo San Nicola, alle prese con una cronica emergenza dovuta al sovraffollamento, dove per ogni cella di circa 11,50 metri quadrati (progettata per una persona) sono rinchiusi tre detenuti, con uno spazio calpestabile di appena 1,5 metri quadrati. Nel ricorso si evidenziava l’assoluta impossibilità di svolgere qualsiasi attività all’interno della cella, dotata di una sola finestra ed un bagno cieco sprovvisto di acqua calda, con il riscaldamento in funzione d'inverno per una sola ora al giorno, e le grate chiuse per 18 ore al giorno. Il tutto in violazione del regolamento penitenziario e dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la limitazione della libertà dovrebbe avere come obiettivo la riabilitazione dell'uomo e il suo reinserimento in società”. A distanza di poco più di un anno, il giudice Luigi Tarantino, ha riconosciuto, nei confronti del detenuto tunisino, “lesioni della dignità umana, intesa anche come adeguatezza del regime penitenziario, soprattutto in ragione dell’insufficiente spazio minimo fruibile nella cella di detenzione”, ed ha disposto, in favore del recluso, un risarcimento di natura economica dei danni non patrimoniali a carico dell’amministrazione penitenziaria per 220 euro, relativa al periodo tra il 10 luglio e il 6 settembre 2010 (gli altri periodi non sono stati presi in considerazione perché il detenuto ha diviso la cella con solo un’altra persona o perché la mattina ha potuto frequentare il corso di scuola elementare) “In quei giorni – scrive il giudice Tarantino nelle 43 pagine di ordinanza – la dignità del detenuto è stata lesa, perché la privazione della sua libertà personale è avvenuta in condizioni deteriori rispetto a quelle ordinarie, e non si è accompagnata ad alcun processo rieducativo”. “Si tratta di un’ordinanza coraggiosa e approfondita – commenta l’avvocato Stomeo – che mette a nudo i deficit strutturali e funzionali del sistema penitenziario e il sovraffollamento e le carenze di servizi che i detenuti sono costretti a subire”.

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