L'odissea Pet Tac e il simbolo di una politica sorda

Nonostante abbia ottenuto l’accreditamento da parte della Regione Puglia, il Centro Calabrese non si è visto assegnare il budget. Ed i malati di cancro ancora aspettano

A rileggere l'iter che da cinque anni a questa parte ha avviato il centro Calabrese di Cavallino per attivare la prima e unica Pet Tac del Salento, sembra di sentire l'eco dell'aneddoto che vede una regina Maria Antonietta sorda ai gorgoglii dello stomaco vuoto del suo popolo, che lei vorrebbe placare con le brioche. Se la fame si può placare con la pasticceria, allora fa bene la Asl a mettere in lista d'attesa i malati di cancro o a spedirli al Nord per fare la Pet. Tra i vergognosi paradossi che Roberta Grima è andata a scovare di cui sono vittima i malati di cancro, spicca quello per cui la Pet di Cavallino, dopo lunghe trafile di carte bollate, ora non si vede assegnare il tetto di spesa dalla Asl e a pagare, in senso letterale, sono i malati di tumore. Che, nella migliore delle ipotesi devono aspettare tre mesi per farla a Brindisi, la Pet Tac più vicina. Il problema è che un malato di cancro non ha tempo da perdere in chiacchiere e tre mesi significano la morte o la vita. Le ultime novità in questa odissea risalgono a quest’estate. Dopo aver ottenuto dalla Regione l’“accreditamento”, siccome non può esistere accreditamento senza budget, la Regione stessa aveva sollecitato l’Asl a procedere rapidamente all’atto dovuto dell’assegnazione del budget. Per cercare di sbloccare la procedura, Calabrese ha formalizzato la proposta di una tariffa molto conveniente in quanto inferiore di oltre il 25% a quella ministeriale e a quella applicata da altri centri d’Italia: 800 euro per Pet-Tc con Fdg (fluorodeossiglucosio) e 1.000 euro per Pet-Tc con fluorocolina. Una proposta da afferrare al volo ma che tuttavia non è bastata. Eppure la Pet-Tc costituisce allo stato attuale il più avanzato sistema diagnostico per le patologie oncologiche ed è considerata una prestazione con funzione “salvavita”. In Puglia sono solo quattro le Pet pubbliche. Poiché la Regione (regolamento regionale n. 14 del 30-6-09) ha pianificato che vi sia una Pet-Tc ogni 750mila abitanti, ne consegue che la struttura di Calabrese dovrebbe intercettare l’intera domanda dei cittadini appartenenti all’ambito dell’Asl Le. Ed è anche pronto per farlo, dal momento che il Centro Calabrese ha ricevuto il definitivo a osta per poter installare, con i propri soldi, la postazione tecnologica per la diagnosi precoce dei tumori, dopo lungo e tortuoso iter burocratico e giudiziario, da parte della Asl di Lecce il 13 luglio del 2010, quattro anni dopo la prima domanda protocollata. E perché la Regione si pronunciasse sull’installazione della Tac-Pet, Calabrese – difeso da Gianluigi Pellegrino – ha dovuto rivolgersi al Tar, chiedendo l’istituzione di un commissario ad acta che valutasse la pratica, ferma sulle scrivanie dei funzionari. Da allora e fino al 31 dicembre scorso la Pet-Tc Calabrese ha eseguito circa 800 esami. Da gennaio ad oggi, da quando cioè la Regione ha negato il rimborso delle Pet a Calabrese, che le eroga a pagamento, solo 120 pazienti si sono rivolti al Centro, pagando. Gli altri o sono finiti nel calderone delle liste d’attesa a Brindisi o, se ricoverati, sono stati portati in ambulanza a San Giovanni Rotondo, con conseguente aggravio di costi e disagi. A causa dello scarso numero di strutture presenti sul territorio regionale e della necessità, come spiegato, di diagnosticare celermente la malattia, migliaia di pugliesi ogni anno sono costretti a spostarsi fuori dal proprio territorio, facendo lievitare i costi a carico del servizio sanitario regionale. Nel dettaglio: nel 2009, 4.975 persone sono andate fuori regione per la Pet-Tc, per un costo a carico delle casse pubbliche di quasi 6,5 milioni di euro; nel 2009, 1.100 pazienti provenienti dalla sola Asl-Le, cioè il territorio di riferimento di Calabrese, si sono rivolti alle altre strutture Pet-Tc presenti in Puglia, per un costo di circa due milioni di euro. La Asl, assegnando subito il tetto di spesa al centro di Cavallino, risparmierebbe il 25 per cento secco, a cui si aggiungerebbe l’'extra sconto' del 2 per cento imposto dalla Regione come contributo richiesto ai privati accreditati per sanare il buco. E, non stiamo qui a ripeterlo, eviterebbe ai malati la sofferenza dei lunghi spostamenti e la spesa della prestazione: pagherebbero infatti solo il ticket. La vergogna del 'caso Cavallino' è stata stigmatizzata da migliaia di cittadini; addirittura una raccolta firme, coordinata dal Tribunale dei diritti del malato, portò in Regione oltre 5mila nomi di cittadini che sollecitavano gli uffici a darsi “una mossa”. Anche Mingo e Fabio di Striscia si sono occupati del caso. Ma perché invece di accelerare, negli anni, l’iter si è impantanato sempre più? Fu proprio la giunta Vendola il 2 marzo 2006 a stabilire che in Puglia fossero necessari otto apparecchi Pet (cinque pubblici e tre privati) e, fornendo dati statistici estremamente accurati, la stessa Regione ha dimostrato che addirittura questo numero potrebbe rivelarsi insufficiente. Un grande enorme paradosso delle cui ragioni chiediamo conto a Vendola, lui così attento ai bisogni degli ultimi e dei deboli, e che per questo ci piace. Una politica talmente sorda da non udire il grido d'aiuto dei malati terminali, non è politica, è macchiavellica ragion di Stato. Ma Vendola non è un 'Principe'.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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