Un nuovo vento: amministratori al servizio delle comunità

L’INTERVENTO. Analisi socio-politica della realtà salentina. Ciò che serve, secondo Venuti, è la capacità di elaborare un modello di sviluppo credibile

Di Remigio Venuti* Casarano, Gallipoli, Tricase e, in ultimo, Ruffano. La fine anticipata delle esperienze di governo cittadino, a meno di non volerla ridurre a questione strettamente locale, induce ad una riflessione nel tentativo di comprendere come mai, nel volgere di pochi mesi, i governi di alcune importanti realtà del nostro territorio, indipendentemente dai colori politici, siano precipitati in crisi irreversibili sfociate nel commissariamento. Se aggiungiamo poi che ancor prima erano finite anticipatamente le esperienze di Gallipoli, di nuovo, Copertino, Nardò, Galatina, questo ci porta a dire come non si possa parlare di “crisi politica del Sud Salento” ma di qualcosa di più profondo e più esteso. Mi riferisco, ad esempio, alla crisi socio-economica che il Salento sta vivendo, segno evidente della fine di un modello di sviluppo che, sia pure tra limiti e contraddizioni, ha garantito, per oltre cinquanta anni, crescita, occupazione e benessere alle popolazioni salentine. Oggi le nostre comunità vivono drammaticamente, sulla propria pelle, le conseguenze di questa crisi, per molti aspetti più grave rispetto ad altre aree del Paese e dello stesso Meridione, ed è nodale riuscire a comprendere come la difficoltà non si componga solo di “dati” numerici (crescenti perdite di posti di lavoro fra gli occupati, conseguenze drammatiche per le famiglie interessate, aumento di disoccupazione tra i giovani), ma si articoli soprattutto nella percezione generalizzata di una totale assenza di futuro nelle e per le giovani generazioni e nella consapevolezza che, di nuovo come un tempo, l’emigrazione, intellettuale o manuale, sia una delle poche risposte possibili. Una situazione resa, se possibile, ancor più drammatica dalle scelte scellerate del governo centrale che, da anni in verità e con un crescendo degno di miglior causa, scarica sulle autonomie locali il compito di tagliare servizi e aumentare la pressione fiscale. Altro che governi amici, quando il cittadino percepisce il proprio sindaco, o il proprio assessore, non come un alleato, piuttosto come un gabelliere. Tutto questo, però, non è sufficiente a spiegare fino in fondo la debolezza che ha portato molte delle maggioranze decretate dalle passate elezioni amministrative a traballare e a sgretolarsi, segno evidente che, al di là delle questioni propriamente specifiche di ognuna delle esperienze in gioco, un minimo comun denominatore ci deve essere. Io lo definirei debolezza delle classi dirigenti territoriali o, per essere più preciso, incapacità e difficoltà delle classi dirigenti a elaborare per tempo risposte credibili a quella crisi del modello di sviluppo di cui parlavo prima e alle pressioni delle comunità locali. Un venir meno al proprio compito che può rivelarsi in molti modi. Ad esempio, nel tormentone politico-amministrativo, notevolmente diffuso e trasversale, di trascorrere i primi anni del governo di una città, o di una Provincia, a scaricare tutta la responsabilità di una assenza di progetto sul governo precedente e sulle difficoltà di bilancio lasciate in eredità. Chi legge le pagine dei quotidiani è testimone passivo di lamentazioni e scaricabarile, e se accade quasi dovunque mi viene da pensare che non sia solo una questione di cifre in bilancio. Il nodo è un altro, e lo riassumo così: vincere una competizione elettorale, oggi affidata molto più che in passato a sapienti maquillage, a poche ma sicure frasi ad effetto, alla capacità di “narrazioni”, a una buona e persuasiva campagna pubblicitaria, non significa sempre e automaticamente capacità di buon governo e sintonia con i problemi concreti del paese che si governa. Oltretutto in un momento in cui buon governo significa una relazione strettissima, e sapiente, tra politica e amministrazione. Vincere le elezioni è possibile, per molte e variegate ragioni, e per la capacità di comporre, in fase elettorale, interessi spesso contrastanti se non antitetici. Il governo “vero” delle cose richiede però una capacità e un sapere non automatici né scontati. Ancora meno scontati e più necessari in un momento come il nostro in cui la rabbia e la disperazione dei cittadini hanno come terminale immediato proprio l’amministrazione locale e le scelte in campo. La pressione dei cittadini sui rappresentanti istituzionali più vicini a loro, i Sindaci, può diventare fortissima, e spesso le amministrazioni locali non riescono a elaborare progetti per le proprie comunità all’altezza della posta in gioco, dotandosi di strumenti di governo innovativi ed efficaci, e soprattutto ad essere percepite come garanti del bene comune. Quando parlo di classi dirigenti territoriali non penso però solo a sindaci, o ad assessori. La mia esperienza mi porta a dire che una classe dirigente, relativamente ad un’Amministrazione locale, non si compone solo di chi viene eletto, ma è fatta anche dei dirigenti che governano la macchina amministrativa, dei funzionari, di chi ogni giorno si misura e si rapporta con il cittadino. Un aspetto spesso poco valutato adeguatamente, per la incapacità, interna ai Comuni, di valorizzare adeguatamente saperi interni, e per la ricaduta che uffici poco adeguati e poco efficaci possono provocare. Poi, perché rifletto sulla capacità di un intero territorio di elaborare un modello di sviluppo credibile, mettendo in campo gli strumenti necessari ed adeguati a concretizzarlo. Esiste oggi in questo territorio l’idea di un modello di sviluppo capace di sostituirsi a quello che per 50 anni ci ha caratterizzati? Quando pensiamo al Salento del 2020, che cosa ci viene in mente? E, soprattutto, ci viene in mente qualcosa su cui già oggi siamo in grado di dire e di confrontarci? Ecco, io credo che la difficoltà grande con cui dobbiamo fare i conti sia di questa natura e che dinanzi a questa “vacanza” delle cose, sulla scena pubblica avanzi, sempre più spesso, chi immagina di poter ottenere dalla politica una rendita di posizione per sé o per la propria famiglia, e non chi crede di poter dare un contributo al futuro delle comunità con la propria capacità e la propria competenza. La ragione sarebbe troppo facile: la politica è una cosa sporca, allontana i giovani e le brave persone, non ha bisogno di competenze, anzi le osteggia in tutti i modi e con tutte le maniere. E’ una brutta idea delle cose, esito di una fase complessa che il nostro paese ha vissuto e continua a vivere e che troppo sbrigativamente indichiamo come idea berlusconiana della politica poiché permea di sé trasversalmente persone e cose. Mi permetto di dire: oggi che il vento sembra cambiare, anche nel Salento, occorre che si affaccino, da protagonisti, sulla scena politica i volti di coloro che possano dare, e ricevere, solo la gratificazione di essere al servizio delle proprie comunità. Forse anche così si eviterebbe il collasso di molti governi cittadini. *ex sindaco di Casarano

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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