Gli strascichi del 'Bunga Bunga'

Sono arrivate sul mercato le mutande “Bunga Bunga Dance”. Raffigurano un gruppo di uomini che insegue una donna mezza nuda

Ammicca da una vetrina, lasciando perplessi. E' la mutanda “Bunga Bunga Dance” di Intimissimi: fondo bianco con disegno che ritrae uno sciame di uomini linguacciuti e bramosi all'inseguimento di una formosa signorina in lingerie. Il brand italiano, in vetta alle classifiche di vendita del settore fra le giovani e giovanissime, ha pensato bene di sfruttare l'onda lunga dello scandalo che ha investito il Premier Silvio Berlusconi e che dal Palazzo dell'Olgettina, passando per Arcore, Roma e la Sardegna, è arrivata fin qui, nella città del barocco, ad infilarsi nei cassetti della biancheria di sprovveduti conquistatori e nei sacchetti regalo di fidanzate, o amanti, desiderose di punzecchiare il proprio bello. La mutanda Bunga Bunga, quando non semplicemente “cafonal”, rischia d'essere motivo di accese discussioni in camera da letto qualora la signora si sentisse punta nell'orgoglio femminista e cominciasse a chiedere “perché mai è un gruppo di maschi vestiti e assatanati ad inseguire una donna di pelle scura, per di più nuda?”. Il marketing costruito sul pruriginoso scadalo di Palazzo ed esposto sulle principali piazze commerciali del Paese ci riporta indietro nel tempo. La cultura media nazionale si misura ancora con lo spirito dei rivoluzionari “Drive in”, “Pierino” e “Colpo Grosso”. L'anomalia è che lo fa a 30 anni di distanza, con, nel frattempo, poche testimonianze di evoluzione. In più, sfoggiare la colorata stampa del “Bunga Bunga Dance” sulle mutande, vuol dire non essere costretti ad esibirla; permette di celare, quindi, quel lato “machista” che, nel migliore dei casi, conserva, pubblicamente, un sottile velo di vergogna. Metterla in mostra sull'intimo, consente di serbarla quale sorpresa, al pari di quella dell'ovetto di cioccolato, per svelare, con un sorriso, tutta la propria natura. Il segno inequivolcabile della disfatta è, precisamente, l'ilarità con la quale in tanti salutano la trovata. Abbiamo timore, come considerato da Bakunin, si tratti proprio di quella risata che, subdolamente, ci seppellirà.

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