Strage del venerdì santo. Condanne ridotte in Appello

Lecce. Due anni e quattro mesi al comandante italiano Fabrizio Laudadio; tre anni e dieci mesi all'albanese Namik Xhaferi

LECCE – La corte d'Appello di Lecce ha ridotto le condanne inflitte in primo grado ai comandanti della corvetta italiana Sibilla e della motovedetta albanese “Kater I Rades” accusati di naufragio e omicidio colposo plurimo per la collisione avvenuta il 28 marzo 1997 nel canale d'Otranto e che causò l'affondamento dell’imbarcazione proveniente dal paese delle aquile e la morte di decine di immigrati clandestini albanesi. Cinquantanove le vittime accertate, anche se con ogni probabilità furono circa un centinaio le persone a perdere la vita e i cui corpi, mai ritrovati, furono avvolti dalla tomba liquida dell’Adriatico. In appello al comandante italiano Fabrizio Laudadio sono stati inflitti due anni e quattro mesi di reclusione (tre anni in primo grado), all'albanese Namik Xhaferi tre anni e dieci mesi (quattro anni in primo grado). La riduzione di pena scaturisce dal fatto che uno dei capi d’imputazione, quello delle lesioni colpose, è ormai prescritto. Un verdetto complesso e sofferto, giunto nella notte tra martedì e mercoledì dopo oltre dieci ore di camera di consiglio. La Corte, infatti, si era riunita in Camera di consiglio ieri mattina, poco dopo le 11.30, per emettere la sentenza relativa ai due imputati nel processo, il comandante della “Sibilla”, Fabrizio Laudadio e il presunto il presunto comandante della “Kater I Rades”, l’albanese Namik Xhaferi. Laudadio e la Marina militare italiana sono stati anche condannati a risarcire con circa 4 milioni di euro le parti civili (ben 52), cioè i parenti di alcune delle vittime. La costituzione di alcune parti civili è stata respinta perché tardiva o incorretta. Confermata, inoltre, la condanna al pagamento delle spese processuali, già emessa in primo grado, per alcune parti civili che non avevano diritto a costituirsi. I giudici hanno inoltre revocato il provvedimento di restituzione allo Stato albanese della motovedetta “Kater I Rades”, ordinandone la rottamazione e delegando per l’esecuzione del provvedimento la Marina militare di Brindisi. La “Kater” dunque non diventerà un monumento ai caduti. La “Kater I Rades” (letteralmente “Battello in rada”), una piccola motovedetta militare di produzione russa lunga poco più di 21 metri e allestita 35 anni prima per il trasporto di solo nove marinai, era salpata alle ore 15 del 28 marzo 1997 dal porto albanese di Valona con oltre 100 persone a bordo, tutti clandestini di nazionalità albanese, in alcuni casi intere famiglie, in fuga dalla grave crisi economica e politica che aveva travolto l'Albania. Uomini, donne e bambini che avevano pagato quel viaggio circa 800mila lire a testa. Da alcuni giorni, però, l'Italia aveva predisposto, in base anche a un accordo con l’Albania, un blocco navale, nome in codice “Operazione bandiere bianche”, schierando diverse navi militari nel Canale d'Otranto con il compito di bloccare le cosiddette “carrette albanesi”. La “Kater I Rades” aveva da poco doppiato il capo dell'isola Karaburun, quando fu intercettata dalla fregata italiana “Zeffiro” che navigava in acque albanesi e che le intimò di invertire la rotta. Alla 17.30, la motovedetta fu “presa in consegna” da un'altra nave italiana, la “Sibilla”, che cominciò ad avvicinarsi al naviglio albanese. Secondo le disposizioni vigenti in quei giorni, la nave della Marina militare doveva svolgere delle “manovre cinematiche di interposizione”. Cercare, cioè, seppur nel pieno rispetto delle norme previste dalle leggi internazionali della navigazione, cercare di intercettare l’imbarcazione proveniente dal “paese delle aquile” e di farla tornare indietro. A complicare il tutto furono anche le cattive condizioni del mare. Secondo la difesa del comandante Laudadio, gli avvocati dello Stato Giovanni de Figuereido e Giovanni Gustapane, la “Sibilla” si limitò a procedere con una rotta lineare, mantenendosi a circa 20 metri dalla “Kater”, lasciando libera, come previsto dai codici marittimi, la rotta verso l’Italia. Secondo i legali, infatti, l’unico responsabile della tragedia fu il pilota della motovedetta albanese, che violò le norme della navigazione, compiendo una serie di manovre errate. Una teoria accolta anche dall’accusa, rappresentata dal procuratore generale Giuseppe Vignola (che aveva chiesto l’assoluzione per Laudadio), secondo cui fu proprio il comandante della “Kater I Rades”, dopo essere stato intercettato, a compiere una serie di manovre pericolose per sfuggire ai controlli. L'ultima sarebbe avvenuta a circa trenta metri di distanza dalla “Sibilla”: la motovedetta avrebbe sterzato prima a sinistra e poi improvvisamente a destra cercando di passare davanti alla nave italiana. Una ricostruzione dei fatti evidentemente non condivisa dai giudici, anche se bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, il cui deposito è previsto tra novanta giorni, per comprendere le ragioni della condanna. La tragedia si concretizzò alle 18.45: la prua della nave Sibilla entrò in collisione con la piccola imbarcazione albanese. Nell'impatto molte persone finirono in mare. Poco dopo la motovedetta albanese si capovolse, affondando alle 19.03. A salvarsi furono solo in solo 34. Tantissime le vittime, soprattutto donne e bambini che, stipati sotto coperta, non riuscirono a sfuggire a una morte atroce. 28 giugno 2011 Tragedia Kater I Rades. A breve la sentenza d'appello LECCE – La Corte presieduta da Roberto Tanisi si è riunita pochi minuti fa in Camera di consiglio per emetterà la sentenza d'appello relativa al processo sulla tragedia della motovedetta albanese Kater Irades. 9 novembre 2010 Strage del Venerdì Santo: nuova udienza del processo d'appello Questa mattina, alle ore 8.30, presso la Corte d’Appello di Lecce avrà luogo una delle ultime udienze del processo di appello relativo all’affondamento della nave “Kater I Rades”, nel 1997, in acque internazionali, dopo essere stata speronata da una nave militare italiana, la “Sibilla”. Morirono oltre 100 albanesi (52 corpi non furono mai ritrovati) che stavano scappando dalla guerra civile scoppiata nel Paese delle Aquile. Durante l'udienza, parlerà l'avvocato di Fabrizio Laudadio, il comandante della “Sibilla”, che, il 28 marzo di 13 anni fa, entrò in collisione nelle acque del Canale d'Otranto con la motovedetta albanese. Il Procuratore della Repubblica, Giuseppe Oliva, ha chiesto per lui l'assoluzione. Interverranno anche le parti civili (lese) ovvero i parenti delle vittime. Articoli correlati Strage del Venerdì Santo: indagata per truffa l'avvocatessa dei familiari delle vittime (19 ottobre 2010) Strage del Venerdì santo: il procuratore generale chiede l'assoluzione (29 settembre 2010). Contro tutte le forme di respingimento In occasione di questa nuova udienza, la Rete Antirazzista Salentina sarà presente per evitare “che cali il silenzio sulla tragedia vissuta dai profughi albanesi, per testimoniare la nostra vicinanza ai famigliari delle vittime e ai sopravvissuti e per rivendicare il rispetto del diritto internazionale”. Nel comunicato delle Rete si legge che “nonostante le testimonianze dei sopravvissuti che da subito hanno denunciato lo speronamento ad opera della nave Sibilla, oggi si tenta di archiviare quella tragedia come un errore accidentale provocato da chi era al timone della Kater I Rades. Un tentativo, che oltre ad affossare la verità storica, nasconde le evidenti responsabilità politiche del Governo Italiano e dei Vertici della Marina Militare. Quella tragedia, infatti, fu una delle conseguenze della politica dei respingimenti generalizzati inaugurata in quegli anni dal governo italiano. Quella stessa politica che ha trasformato il mar Mediterraneo in uno dei più grandi cimiteri senza lapidi della storia recente (l’Onu denuncia che in 10 anni, sono state più di 10.000 le persone morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa). Uno Stato democratico non può accettare che in nome della presunta sicurezza di un Paese, si innalzino barriere che impediscono ogni forma di accoglienza e che violano il diritto internazionale. La politica dei respingimenti, in aperta violazione con la Convenzione di Ginevra, nega il principio non refoulement che è uno dei principi cardine del diritto internazionale del rifugiato. Un principio che sancisce il divieto per gli Stati nazionali di respingere il richiedente asilo o il rifugiato verso luoghi dove la sua libertà e la sua vita sarebbero minacciati. L’Italia, così come è avvenuto in passato con gli accordi bilaterali con il governo albanese, continua oggi, con il trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione siglato con la Libia, a non rispettare La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art.13 diritto alla libertà di movimento) e i diritti dei richiedenti asilo”. Ieri sera, alle 20, presso le Officine culturali Ergot (via Palmieri a Lecce) è stato proiettato il documentario “Etoj Vivo” di Mattia Soranzo (Lecce) e Ervish Eshia (Albania) L'evento è stato realizzato in collaborazione con l'Osservatorio sui Balcani di Brindisi, l'Opi (Osservatorio provinciale immigrazione) e la Rete Antirazzista Salento. Sono intervenuti l'autore Eshia, l'avvocato Antonio Camuso dell'Osservatorio di Brindisi, l'avvocato Piero Coluccia del Foro di Lecce e L'avvocato Maria Vittoria Baffa, legale rappresentante delle vittime della carretta del mare, “Kater I Rades”.

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