L'agricoltura dice no al CDR della Colacem

Oltre 50 aziende agricole dell'agro galatinese si oppongono alla possibilita' che la Colacem bruci anche CDR. “In pericolo – dicono – il futuro della terra”.

Chiedono che non si bruci CDR nella Colacem di Galatina, né nessun altro combustibile possibilmente inquinante, a tutela di uno dei settori che contraddistinguono questo territorio e la sua cultura millenaria. Ben 51 aziende agricole hanno firmato un appello, inviato a tutte le più alte cariche regionali, a partire dal presidente Nichi Vendola, chiedendo il rispetto del principio di precauzione sancito dalla Dichiarazione di Rio nel 1992, che stabilisce “quando la salute o l’ambiente possono essere danneggiati da un’ attività, andrebbero prese misure precauzionali anche se alcuni rapporti di causa ed effetto non sono stati provati scientificamente in maniera completa”. “Un principio – prosegue il documento internazionale – che fa obbligo alle autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente, facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali interessi sugli interessi economici”. Non richiamano soltanto principi di diritto internazionale, ma anche lo stato di crisi nel quale versa l'agricoltura salentina, a causa dell'eccessivo ribasso dei prezzi all'origine. I produttori così non hanno redditi adeguati a sostenere le loro attività e sono spesso costretti ad abbandonare le campagne, e il loro ruolo di “custodi” del territorio. Un ruolo che i PSR, i Piani di Sviluppo Rurale regionali, mirano a preservare intercettando i fondi ad hoc della Comunità Europea. L'Europa, insomma, dimostrerebbe – secondo i firmatari dell'appello – il suo interesse per le potenzialità dell'agricoltura pugliese e salentina. Incenerire CDR alla Colacem metterebbe in pericolo lo sviluppo del settore, la salubrità dell'ambiente con un amento delle emissioni inquinanti nell'aria, già provata da quello stesso stabilimento, da sempre al centro delle polemiche. La Cicoria Catalogna, la Patata Seglinda, i pascoli di pecora leccese, gli oliveti di Ogliarola leccese e cellina di Nardò, la lenticchia e il fagiolo bianco di Zollino: sono tutte produzioni tipiche, affermate nei mercati nazionali, riconosciute come identificative dei territori d'origine e che rischierebbero l'estinzione, il discredito agli occhi dei consumatori. Metalli pesanti, polveri sottili, ceneri di ogni genere non possono sposarsi ne' mai incrociare la loro strada con quella che percorre invece la vocazione agricola di una terra già violentata negli anni passati, già costretta ad abbracciare la via dell'industria anche laddove c'erano campagne, allevamenti, paesaggi e masserie che oggi quotano diverse migliaia di euro e sono riconosciute e apprezzate in tutto il mondo.

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