malinconia di giorno

Malinconia. Ne conosco poche di persone che si nutrono di malinconia. Spesso vengono scambiate per persone scontrose. O presuntuose. O di quelle piene di pregiudizi. In realtà cercano solo di provare quel piacevole dolore della sofferenza. Quello che cercano continuamente in ogni pensiero. Chissà perché, poi. Chissà perché mi piace torturarmi di tanto in tanto. Andando a cercare di conficcare ancora più un fondo uno spillo che qualcuno mi ha piantato addosso. Sentirlo penetrare nell’anima. Sentire il sangue che scalda la pelle intorno. Poi assaggiarlo quel sangue. E imprimermi bene il sapore nella bocca. Fino a che le lacrime non provano ad uscire. E allora che piacere fermarle per continuare a provare dolore. Troppo facile sfogarsi. Piangere e poi tornare a ridere di ciò che fino ad un momento prima faceva soffrire. Meglio continuare a tenerlo dentro. Poi come ogni volta, appena cerco di parlarne con qualcuno, immediatamente sembra tutto così ridicolo. Così misero di fronte alle vere sofferenze. E allora torturiamoci ancora un po’ con il pensiero di essersi torturati per qualcosa che altre persone considererebbero marginale, frivolo. E sprofondare per tutta la giornata in ragionamenti sempre più neri. Fino a che non capisco che in realtà non vedo l’ora finisca la giornata. Che forse dormirò per la stanchezza. O forse non dormirò per la sofferenza. E allora sarà domani ancora più duro di oggi. Fino a che l’Avvelenata di Guccini o il sorriso di una donna incontrata per caso non scuoterà per un attimo il mio sguardo distogliendolo dal mio petto che si stringe ad ogni istante. Niente. Nemmeno le donne funzionano oggi. E l’Avvelenata non la trovo sul computer. Piove di quelle gocce di umidità, di faugno. Ma forse stavolta soffro veramente perché nemmeno il pensiero di farmi male mi fa stare meglio. Provo a non pensarci. Non penso. Non penso al primo pensiero di stamattina da cui è partito tutto. E allora che sofferenza è questa? Eccolo il pianoforte. Pronto ad inseguire quei tasti fino a che non poggerò la testa sul legno sperando di sentirne il respiro e di poterlo accarezzare come si accarezza una donna. Respirando insieme. Cercando di dimenticare ciò che fu. Sperando in ciò che sarà. Ma perché non riesco a godere del presente? Perché? Inseguire la felicità futura soffrendo del passato. Condanna. Nemmeno lo scrivere mi consola.

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