Pensiero novecentesco di stretta attualità

superfilosofia del io dio

Ci si accorge di essere un po’ più morti giorno per giorno quando si cammina per strada e non si alzano gli occhi a guardare ciò che c’è intorno. Quando ci si scontra con le persone che camminano sullo stesso marciapiede semplicemente perché non si guarda due metri più in la del proprio passo. Uomini come isole. Anzi, peggio. Poi un acquazzone pulisce il cielo grigio di polvere e all’improvviso anche nella triste Milano spunta un arcobaleno che colora palazzi e regala sorrisi. E i bambini chiedono sorpresi ai genitori di quei colori che mai avevano visto prima. E allora basta un po’ di musica per fuggire dagli odori di sporcizia di migliaia di vite morte perché non sanno vivere. “Qualcuno era comunista” cantava Gaber perché cercava speranze. Perché era stanco di fare l’operaio, perché voleva l’aumento di stipendio. Perché sapeva che lottare assieme ad altre persone rendeva le proprie idee più forti. Ora siamo divisi ed egoisti. Come ci ha insegnato la religione che ha voluto ammazzare dio nelle umane miserie. Soli di fronte ad un dio che non percepiamo come Amore, ma come ancestrale paura di ciò che è diverso. Come una bandiera da sventolare per dare una copertura apparentemente nobile ai più brutali istinti di violenza e di conquista. E di sottomissione. E di odio per chi non ha il nostro stesso dio. Proprio l’opposto di ciò che dovrebbe essere un dio. “Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio”. Io non voglio avere bisogno di dio. E sinceramente non ne sento il bisogno. Sto bene da solo. Voglio cercare negli altri uomini, negli altri compagni di vita ciò che mi hanno insegnato a cercare in dio. Si potrebbe fondare una superfilosofia per cercare in noi ciò che da secoli andiamo cercando nel trascendente. Senza molta fortuna. Ma cercare da comunisti, però. Non da monadi. Non da pensieri che pensano se stessi. Cercare noi negli altri. Nei loro sogni. Nelle loro vite così simili alle nostre e così uniche da poterci specchiare in quasi tutte le persone che incontriamo per capire ancora un po’ di più su di noi. Cristo ce l’ha suggerito di riunirci in più persone nel suo nome. E una volta trovato qualcosa? Che si fa? Lo si racconta agli altri. Così ridiamo un po’ di linfa vitale alla nostra società. E magari si potrebbe pensare di risvegliare quella borghesia assassinata dalle oligarchie per evitare che potesse catalizzare il disagio di un proletariato ( termine ormai etimologicamente obsoleto che può essere attualizzato con precariato e sottoprecariato) novecentesco nella parola e ottocentesco nello sfruttamento.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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