Tornino al Mezzogiorno i fondi che gli sono stati tolti

Il punto di forza irrinunciabile su cui le Regioni meridionali devono poter fare massa critica, secondo De Donatis: il ripristino dell’originaria assegnazione delle risorse riservate alle aree sottoutilizzate

Di Mario De Donatis Cifre senz’anima. Cifre annunciate per far presa sull’immaginario collettivo, ma che segnalano, a guardar bene, l’assenza di risorse aggiuntive dello Stato, la grande incertezza sulle quelle “riprogrammabili”, già oggetto di precedenti impegni, non sempre di massima, assunti dalle Regioni e l’esposizione delle stesse – nel caso di monitoraggi generosi a sostegno della causa – a futuri debito fuori bilancio. Parliamo del “Piano del Sud”, iniziativa immaginata per distrarre l’opinione pubblica meridionale sul prelievo di risorse operato dal Governo centrale sul Fas (Fondo per le aree sottoutilizzate), in favore del Nord del Paese e, dall’altro, per riprogrammare le risorse dell’Unione europea, riservate a Calabria e Campania. Anche se obiettivi dichiarati, ovviamente, per legittimare il “Piano del Sud” sono ben altri. Se è vero che la velocità della spesa del “sistema regionale” relativamente ai fondi europei è interessati da accertati livelli di criticità, perché trasferire le responsabilità gestionali dalle Regioni meridionali ai ministeri che presentano pari criticità, se non maggiori? Che dire, inoltre, dell’altro obiettivo, prioritario anch’esso, rivolto a privilegiare il finanziamento di “opere strategiche”, in una visione unitaria del sottosistema Mezzogiorno? Ma le “opere strategiche”, ricadendo nella dimensione programmatoria dello Stato non dovrebbero essere realizzate con risorse di ben altri canali di finanziamento? E perché, allora, attingere a quelle che l’Unione europea riserva per la politiche di coesione a titolarità regionale? Cambiano i tempi, vengono modificati gli strumenti di attuazione delle politiche, ma l’“aggiuntività” delle risorse per il Mezzogiorno viene, poi, di fatto, vanificata. C’è, però, una differenza tra il passato ed il presente. Ieri nessuno metteva in discussione l’obiettivo di voler superare il dualismo economico del Paese. Oggi, con Giulio Tremonti, apprendiamo che il Paese è duale e che, a tanto, occorre rassegnarsi. E’ il momento più basso del “regionalismo” perché, da un lato, le Regioni meridionali non riescono ad esprimersi unitariamente, a fare sistema e, dall’altro, il “federalismo padano” impone una “fiscalità di svantaggio” per il Mezzogiorno, offrendo a quella classe meridionale, espressione della maggioranza governativa, un percorso centralistico per gestire il sottosviluppo presente e futuro dell’area in parola. Fin qui l’analisi. Quale la proposta per rilanciare le proposta meridionalistica a livello Paese? E’ ineludibile recuperare, prioritariamente, la dimensione del Mezzogiorno, partendo dall’istituzionalizzazione della conferenza dei presidenti delle Regioni meridionali (rivisitando ruoli e funzioni del precedente “Comitato delle Regioni”). Così come appare ineludibile l’attivazione di una profonda rivisitazione delle modalità decisionali (partendo da un più forte coinvolgimento dei Consigli regionali) e degli strumenti operativi finalizzati all’attuazione degli interventi, armonizzando la legislazione e i processi programmatici del nostro Paese, con quelli dell’Unione europea. Ma c’è un punto di forza irrinunciabile su cui le Regioni meridionali devono poter fare massa critica: è il ripristino dell’originaria assegnazione delle risorse riservate alle aree sottoutilizzate perché per senso di responsabilità, il Mezzogiorno può concedere, al Governo centrale, tempi più lunghi per la effettiva disponibilità delle risorse finanziarie, ma non può rinunciare al credito originario a meno che il “Paese duale”, di Giulio Tremonti, più che un “dato di fatto” da assumere non voglia significare “strategia leghista” da praticare, per il Sud.

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